Il più recente decesso stellare nella Via Lattea risale agli anni in cui si compì l’unità d’Italia: l’esplosione fu catastrofica, ma nessuno la vide.
Quante stelle nascono nella nostra Galassia? E quante ne muoiono ogni anno? È di gran lunga più facile rispondere alla prima domanda che alla seconda, perché gli astronomi conoscono i luoghi ove prendono corpo i nuovi astri, e li tengono costantemente monitorati. Inoltre, così come dall’intensità delle grida che escono da un asilo nido possiamo renderci conto di quanti siano i bimbi ospiti, allo stesso modo gli astronomi misurano l’intensità complessiva delle particolari radiazioni emesse dalle stelle neonate per capire quante sono presenti in ciascuna galassia. (Per inciso, sono soltanto uno o due i fiocchi rosa che, in media, la nostra Via Lattea appende ogni anno sulla sua porta.)
La morte di una stella, invece, spesso passa inosservata. Non che l’evento sia in sé insignificante, tutt’altro! Una stella di grande massa pone fine ai suoi giorni con un’esplosione catastrofica che libera in una manciata di secondi tanta energia quanta ne emettono cento stelle come il Sole nell’arco dell’intera loro esistenza, che dura 10 miliardi di anni. Una supernova – così si chiama la stella che esplode – diventa per qualche giorno più brillante dell’intera galassia a cui appartiene: brilla da sola come cento miliardi di stelle.
Quando una supernova esplode in un’altra galassia, anche se lontana, è abbastanza facile vederla. Paradossalmente, è assai più difficile scorgerla se l’evento si verifica dentro la nostra stessa Galassia, e ciò perché il Sole è immerso nel disco galattico, così come la stella morente; e il disco è permeato di polveri opache che, diffuse come una fitta nebbia, sono in grado di assorbire la luce proveniente dalle stelle lontane, indebolendola anche di migliaia di miliardi di volte: praticamente, estinguendola del tutto.
Gli astronomi sono convinti che nella nostra Galassia si verifichi l’esplosione di una supernova in media ogni 20-30 anni. Eppure, da quattro secoli non ne registriamo alcuna, e non certo per disattenzione, ma solo perché l’evento è oscurato dalle polveri. L’ultima supernova galattica fu osservata a occhio nudo dal grande Keplero, oltre che da astronomi cinesi e coreani, l’8 ottobre del 1604. Era visibile nella costellazione dell’Ofiuco, fulgida come lo è Venere quando è al suo massimo di luce.
Ora però Stephen Reynolds, della North Carolina State University (USA), e David Green, dell’Università di Cambridge (UK), ritengono di aver localizzato i resti di una supernova esplosa attorno al 1870 e che all’epoca nessuno vide. Si tratterebbe del decesso stellare più recente occorso nella nostra Galassia. Il loro lavoro è stato reso possibile grazie all’utilizzo del Very Large Array (VLA), un grande radiotelescopio sito nel deserto del New Mexico, e del satellite “Chandra” della NASA, che opera con un telescopio sensibile ai raggi X. Le polveri estinguono la luce, ma sono assai meno efficienti nell’oscurare le onde radio e i raggi X provenienti dal guscio gassoso in espansione che viene generato dall’esplosione stellare (una specie di fungo atomico).
Green aveva intravisto nelle onde radio il piccolo guscio già nel 1985 e ne aveva misurato accuratamente le dimensioni. Ora Reynolds l’ha puntato con il satellite “Chandra” e, dall’immagine nei raggi X, si è accorto che in questi ultimi vent’anni il diametro è cresciuto del 16%. La misura è stata prontamente confermata da Green, ancora nelle onde radio e con il VLA. Nell’ipotesi che la velocità d’espansione si sia mantenuta sempre la stessa, è immediato calcolare che dall’epoca della sua formazione a oggi devono essere trascorsi circa 140 anni (o qualcosa meno, se la velocità fosse andata diminuendo negli anni). Dunque, la stella deflagrò, benché non vista, all’epoca di Porta Pia, di Roma capitale: il suo resto, piuttosto che con la prosaica sigla G1.9+0.3, potremmo battezzarlo “Stellone d’Italia”, il nomignolo della stella bianca a cinque punte che è il simbolo del nostro Paese fin dall’epoca risorgimentale.
“Se davvero esplodono in media tre supernovae al secolo nella Via Lattea”, dice Dave Green, “dovremmo aspettarci di trovare una dozzina di resti come questo, o anche più grossi, disseminati lungo il piano galattico: il fatto di averne scoperto finalmente uno, ci incoraggia a proseguire le ricerche”.
C’è da aggiungere che la velocità con cui il guscio si espande è elevatissima (15 mila km/s), e altrettanto lo è l’energia delle particelle che lo compongono. “È un resto di supernova inusuale”, commenta Reynolds; “non ce n’è un altro nella Galassia con queste caratteristiche. Continueremo a studiarlo per capire meglio come esplodono le stelle della Via Lattea”.
Corrado Lamberti
dida: g19
Il resto di supernova G1.9+0.3 è ciò che rimane della più recente esplosione stellare occorsa nella Via Lattea. (NASA/CXC/S.Reynolds et al.; NSF/NRAO/VLA/D.Green et al.)