Osservare Mercurio e Venere di giorno

In un vecchio libro di astronomia pratica [1] si sosteneva che “il sorgere del giorno non è una buona scusa per porre fine all’osservazione” . L’astronomia diurna, infatti, pur non presentando la varietà di oggetti osservabili rispetto a quella notturna può essere nondimeno altrettanto appassionante e divertente, si pensi ad esempio a quanti astrofili in tutto il mondo si dedicano assiduamente allo studio del Sole in luce bianca e in luce monocromatica.  Ma a parte il Sole, durante il giorno si possono effettuare diverse altre osservazioni astronomiche interessanti a cominciare da quelle dei pianeti, e qui non solo c’è la soddisfazione di poter osservare comodamente astri il cui studio telescopico si ritiene generalmente riservato alle ore notturne, ma c’è anche la possibilità di compiere osservazioni altamente istruttive e in qualche caso scientificamente utili. Per chi come me vive in siti caratterizzati da forte inquinamento luminoso, fare astronomia di giorno può dare inoltre quelle soddisfazioni che il cielo notturno di una grande città non potrà mai regalare.

MarteGiove e Saturno non si prestano ad essere osservati in pieno giorno in quanto la loro luminosità è troppo bassa e in queste condizioni i particolari dei loro dischetti non si conservano se non limitatamente ai più cospicui. Diversa è invece la situazione al crepuscolo, quando la luminosità del fondo cielo non è tanto alta da annullare i contrasti ma non così bassa da rendere eccessivo, soprattutto con strumenti di medio e grande diametro, il contrasto tra cielo e disco, che rende più difficoltosa la percezione delle tenui tinte planetarie.

Fig.1- Giovanni Virginio Schiaparelli

Ad esempio a proposito di Saturno il nostro grande Giovanni Schiaparelli così scriveva nel 1883: “Io devo anzitutto osservare, che non tutti i gradi d’illuminazione atmosferica sono ugualmente opportuni per esaminare con successo le particolarità dell’anello C. Durante il giorno chiaro l’immagine è troppo pallida (almeno nel nostro telescopio [il Merz da 22 cm di Brera]): nell’oscurità completa lo splendore dell’anello B abbaglia la vista ed impedisce di esaminar bene la parte più esterna di C. Dopo varii tentativi ho trovato che il tempo migliore per studiare C è al momento del tramonto del Sole o non molto prima”. Testimonianze simili si ritrovano in letteratura anche da parte di altri osservatori e anche in relazione a Giove, che nei telescopi amatoriali più grandi tende facilmente ad abbagliare la vista. In questa discussione sul forum di Binomania e Astrotest il lettore potrà trovare diverse testimonianze sull’efficacia di osservare il pianeta Marte col cielo ancora ben chiaro, addirittura col Sole non ancora tramontato.

Per quanto riguarda specificamente i pianeti interni all’orbita terrestre, Mercurio non è particolarmente brillante, raggiungendo solo per brevi periodi la magnitudine visuale -2 attorno alla congiunzione superiore e sprofondando a oltre +2 attorno alla congiunzione inferiore, e quindi viene spontaneo cercarlo nel cielo del crepuscolo. Tuttavia per vederlo ben alto sull’orizzonte e quindi in condizioni di seeing non troppo sfavorevoli, occorrerebbe osservarlo in pieno giorno. Venere, da parte sua, è quasi sempre più luminoso della magnitudine -4 e in questo caso l’osservazione diurna non solo è possibile ma anche raccomandata per evitare che l’intenso splendore del pianeta impedisca di percepire le deboli ombreggiature della sua coltre nuvolosa. Lo studio telescopico assiduo e continuato di questi due pianeti va dunque effettuato in pieno giorno, almeno per una parte del loro percorso nel cielo.

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OSSERVABILITA’ DIURNA DEI PIANETI INTERNI

 

La necessità di osservare i pianeti interni di giorno è stata messa in evidenza in più occasioni dagli osservatori del passato sin dal XVII secolo. Per quanto riguarda Venere in particolare, il fatto che in queste condizioni lo si possa osservare con comodità senza dover fare i conti con l’abbagliamento prodotto dalla sua luce molto intensa, ha portato la maggior parte degli studiosi a focalizzarsi proprio sull’osservazione diurna. Sir John Herschel [2] faceva notare che “the intense lustre of its illuminated part dazzle the sight and exaggerates every imperfection of the telescope” (l’intenso splendore della sua parte illuminata abbaglia la vista e mette in evidenza ogni imperfezione del telescopio) e Camille Flammarion [3] dal canto suo scriveva che “Les meilleures heures pour examiner Venus dans une lunette sont celles du jour. Pendant la nuit, l’irradiation produite par l’ eclatante lumiere de cette belle planete empeche de distinguer nettement les contours de ses phases” (le ore migliori per esaminare Venere al cannocchiale sono quelle del giorno. Di notte la luminosità di questo bel pianeta impedisce di distinguere nettamente il profilo delle sue fasi). Di qui l’esigenza di attenuare lo splendore di Venere attraverso l’uso di filtri oppure osservandolo, appunto, in pieno giorno, grazie anche alla facilità con cui lo si può localizzare persino a occhio nudo e con il Sole ben alto sull’orizzonte. Per quanto mi riguarda sono spesso riuscito a vederlo senza alcun ausilio ottico, qualche volta anche del tutto per caso senza cercarlo appositamente, ad esempio in alta montagna o anche dalla pianura in giornate particolarmente limpide. E. L. Trouvelot sosteneva che Venere è visibile a occhio nudo sotto un cielo trasparente purché la sua distanza dal Sole sia di almeno 10° attorno alla congiunzione inferiore e di 5° attorno alla congiunzione superiore [4]. Grazie alla sua luminosità, Venere è l’unico pianeta del Sistema Solare che si può osservare tutto l’anno e lungo tutto il corso della sua orbita, in qualche caso persino durante le congiunzioni col Sole e attraverso una leggera velatura di cirri. La sua luminosità e anche all’origine dei culti venusiani presso alcune civiltà antiche e dell’uso del pianeta come calendario naturale.

Fig.2 – Camille Flammarion all’oculare del suo rifrattore

Mercurio, invece, è visibile a occhio nudo solo nelle luci del crepuscolo e purché l’aria sia limpida e trasparente. Altrimenti, se sono presenti foschie, per vederlo occorrerà un binocolo o il cercatore del telescopio. Purtroppo il crepuscolo serale è anche il momento peggiore per osservare Mercurio a causa dell’agitazione dell’aria che si riscontra in prossimità dell’orizzonte, motivo per cui le osservazioni crepuscolari di questo pianeta dovrebbero essere riservate alle elongazioni mattutine, ma per uno studio telescopico dettagliato l’osservazione diurna è comunque necessaria. Flammarion aveva le idee chiare da questo punto di vista: “disponendo di un equatoriale, le osservazioni di Mercurio si fanno di giorno” [5]. E’ seguendo questo accorgimento che molti celebri planetologi poterono disegnare del pianeta mappe molto accurate, anche se limitate alle vaghe ombreggiature che è dato di scorgere visualmente al telescopio. Schiaparelli prediligeva le osservazioni nei giorni vicini alla congiunzione superiore, quando si può vedere illuminata la maggior parte dell’emisfero rivolto verso la Terra.

 

L’osservazione diurna di Mercurio presenta comunque delle difficoltà non trascurabili, tanto che lo stesso Schiaparelli scrisse che “fra tutti gli antichi pianeti nessuno è difficile ad osservare quanto Mercurio, e nessuno presenta tanti impedimenti per lo studio cosi della sua orbita come della sua natura fisica. [ …] Essendo impossibili le osservazioni di notte e raramente possibili nel crepuscolo, non rimane altro scampo che tentarle nella piena luce del giorno, in presenza del Sole sempre vicino, a traverso di una atmosfera sempre illuminata” [6]. Seguendo l’esperienza di Schiaparelli, altri astronomi si dedicarono allo studio diurno del pianeta, tra questi E. E. Barnard con il rifrattore di Yerkes (102 cm) e E. Antoniadi con quello di Meudon (83 cm). Quest’ultimo osservò Mercurio fino a una distanza di 4° dal lembo del Sole usando un ingrandimento di 540 volte. In queste condizioni egli descrisse le ombreggiature della superficie mercuriana come simili ai mari lunari, un aspetto confermato molti anni più tardi da A. Dollfus che osservava dal Pic du Midi con un rifrattore da 60 cm [7]. A differenza di Venere, Mercurio diventa pressoché invisibile alla congiunzione inferiore e nei giorni immediatamente precedenti e successivi a causa della sua bassa luminosità, e perciò quando la fase e falcata i piccoli telescopi lo mostrano in pieno giorno con difficoltà.

Fig.3 -La mappa di Mercurio redatta da Antoniadi in base alle osservazioni eseguite con la “grande lunette” dell’osservatorio di Parigi-Meudon

Un’altra importante differenza tra Mercurio e Venere è il piccolo diametro del primo, che può scendere a meno di 5 secondi d’arco presso la congiunzione superiore e che perciò può richiedere strumenti di medio diametro e alti ingrandimenti per poterne rilevare le ombreggiature. Per lo studio di Mercurio in queste condizioni Schiaparelli riteneva a volte insufficiente persino il rifrattore Merz da 218 mm della Specola di Brera. Anche in condizioni estreme, tuttavia, un osservatore esperto sotto un cielo limpido e sufficientemente stabile può ottenere risultati significativi usando piccoli telescopi. Ad esempio il 6/7/1997, io e l’amico Mario Frassati abbiamo osservato dettagli reali su Mercurio usando un rifrattore acromatico da 102 mm nonostante il pianeta avesse un diametro apparente di soli 5,2″ e si trovasse a 12° 10′ dal Sole [8]. Fondamentale in questo caso è stato l’utilizzo di un filtro arancione.

Non tutte le ore del giorno sono adatte all’osservazione, dipende dal sito in cui è collocato il telescopio. In un centro abitato, in cui l’irradiazione di calore da parte degli edifici è un fattore non trascurabile di deterioramento del seeing, il momento migliore è probabilmente costituito dalle prime due o tre ore dopo il sorgere del Sole, quando questo non ha ancora avuto il tempo di riscaldare fortemente il suolo e le case. D’altra parte questa opportunità si presenta soltanto durante le elongazioni occidentali (mattutine) e alle congiunzioni, mentre durante quelle orientali (serali), in cui il pianeta segue il Sole nel suo moto diurno, si possono solo limitare i danni osservando quando il pianeta è alla culminazione. I fattori orografici sono comunque fondamentali nella scelta del miglior istante d’osservazione. In montagna, ad esempio, le ore centrali della giornata sono caratterizzate da forti correnti ascensionali e il seeing ne risente in modo disastroso. L’importanza di avere un’immagine stabile più che di grandi dimensioni è attestata dall’esperienza di Schiaparelli, che per lo studio di Venere col maggior telescopio di cui disponeva – il Merz-Repsold da 49 cm – trovava ideale un potere di solo 200 volte [9].

Dopo questa lunga introduzione è ora di passare alla pratica, ma non prima di aver messo in guardia il lettore con la seguente…

….AVVERTENZA!

Nel seguito descriverò le tecniche di puntamento dei pianeti interni nell’osservazione diurna. Poiché questi pianeti si allontanano poco dal Sole con l’eccezione dei periodi attorno alle massime elongazioni, il rischio di rivolgere accidentalmente il telescopio o il suo cercatore verso il Sole è sempre presente. Occorre dunque essere prudenti e osservare in sicurezza. In particolare ci tengo a far presente che l’osservazione diurna dei pianeti interni non è semplicissima e qualche volta può mettere in difficoltà anche l’astrofilo esperto. Non mi assumo alcuna responsabilità per l’uso che verrà fatto delle informazioni che seguono, le quali non possono essere esaustive e non possono prevedere tutte le situazioni, gli strumenti ecc. in cui o con cui si osserverà, ma sono confidente che con la necessaria attenzione il lettore saprà non solo evitare di farsi del male ma soprattutto divertirsi ripercorrendo le esperienze dei grandi astronomi che ci hanno preceduto.

 

IL PUNTAMENTO

In alcuni vecchi libri di astronomia pratica, per trovare i pianeti interni durante il giorno si suggeriva di puntare il Sole e poi di muovere il telescopio della differenza in AR e Dec tra Sole e pianeta fino a inquadrare quest’ultimo.  Oggigiorno, per vari motivi, c’è una maggiore sensibilità verso i problemi della sicurezza e anche l’osservazione astronomica in qualche modo ne ha risentito. Il suggerimento anzidetto funziona ancora a patto di mettere un filtro solare davanti all’obiettivo del telescopio e del cercatore prima di rivolgere lo strumento verso il Sole, e di toglierlo solo quando siamo ben sicuri che la nostra stella non si trovi più nel campo del cercatore o dell’oculare. Il problema, tuttavia, è che effettuando questa operazione di frequente ci scappa che prima o poi riportando il tubo verso il Sole ci dimentichiamo del filtro e rischiamo di danneggiarci la vista con conseguenze disastrose e irreparabili. Meglio allora abbandonare la vecchia procedura e adottare dei metodi alternativi e più sicuri che descriverò qui di seguito

Fig.4- una classica pulsantiera GoTo

1. Sistemi GoTo

In questo caso il telescopio fa tutto da solo, purché l’allineamento iniziale sia stato fatto bene. Alcuni sistemi, come il Celestron Nexstar, permettono di fare l’allineamento direttamente sui pianeti: scegliendo dunque Venere, ad esempio, come target abituale, potremo adottare questa procedura e ritrovarcelo così nel campo dell’oculare tutte le volte che vogliamo. Sfortunatamente l’allineamento del telescopio sugli oggetti del Sistema Solare può risultare insoddisfacente nell’osservazione notturna, ed è quindi preferibile puntare i pianeti usando comunque l’allineamento con le stelle fisse, usandone il più possibile, effettuato durante la notte. Se osserviamo il pianeta quando è molto vicino al Sole – tipicamente quando si vuole assistere allo spettacolo offerto da Venere alla congiunzione inferiore, quando può apparire come un anello di luce

– c’è il rischio che il GoTo ci porti il Sole nel campo visivo se il puntamento non è preciso e/o se abbiamo scelto un oculare con un campo troppo vasto o se Venere è effettivamente troppo vicino al Sole (condizione che va verificata prima di accingersi all’osservazione). In queste condizioni è meglio dotare preventivamente il telescopio di filtro solare e accertarsi così che il Sole non sia visibile nel campo prima di togliere il filtro e cercare il pianeta. Attenzione anche a non premere il comando di puntamento mentre stiamo già osservando il pianeta, in questo caso il telescopio si muove improvvisamente per puntare di nuovo e può accadere che così facendo il Sole entri nel campo. Sull’osservazione durante le congiunzioni si veda anche quanto è scritto più sotto.

Fig-5 – Cannocchiale polare

2. Montature equatoriali senza GoTo stazionate al polo celeste

Effettuato lo stazionamento della montatura coi soliti sistemi (metodo della deriva o cannocchiale polare) si ricava da un planetario (anche uno di quelli per smartphone, ad esempio PlanetDroid) l’istante di transito al meridiano di un oggetto celeste qualunque, stella, pianeta o anche il Sole, e in quell’istante lo si punta nel telescopio principale (se è il Sole occorre il filtro!). Con una matita o un pennarello si segna la posizione relativa dei due blocchi dell’asse di AR, cioé la posizione in cui il tubo del telescopio è rivolto al meridiano, in modo da ritrovarla successivamente (se la montatura non è in postazione fissa occorre ingegnarsi per poterla rimettere esattamente com’era). Conviene eseguire questa operazione per le due posizioni del tubo, a est e a ovest rispetto all’asse polare. Contemporaneamente si tara il cerchio di Declinazione su quella dell’oggetto puntato. Per trovare i pianeti di giorno, si torna a puntare il meridiano grazie al riferimento preso precedentemente, si prende nota del Tempo Siderale Locale che è l’Ascensione Retta in meridiano in quel momento (anche il T.S. si può ricavare da un’applicazione gratuita per smartphone, ad esempio il SiderealClockPro), si imposta il valore del T.S. sul cerchio di A.R. e si muove il telescopio fino a leggere l’A.R. e la Dec. del pianeta. Sembra complesso ma si fa prima a farlo che a leggerlo.

Fig.6 – Il telescopio di Herschel

3. Montature altazimutali

 Sembra paradossale ma con queste montature il puntamento diurno è ancora più semplice poiché le coordinate altazimutali sono riferimenti fissi e non ruotano con la sfera celeste. Occorre solo fabbricarsi dei cerchi graduati in azimut e altezza come quelli che si possono stampare direttamente da questo sito. Si “staziona” poi la montatura tarando i cerchi in modo che quando il telescopio è rivolto a nord il cerchio di azimut indichi 0°, quando è a est indichi 90° e così via. Con un planetario si ricava l’altezza sull’orizzonte di un astro notturno qualunque all’istante dell’osservazione, lo si punta e così si tara il cerchio di altezza. Note le coordinate altazimutali locali del pianeta in un certo istante (col solito planetario) basta muovere il tubo fino a leggerle sui cerchi e il gioco è fatto, il pianeta dovrebbe apparire nel campo di un oculare di lunga focale.

 

4. Il “metodo meridiano”

Si punta di notte una stella mentre transita in meridiano e che abbia la stessa declinazione del pianeta, o quasi. Si lascia il telescopio in posizione e noto l’istante di transito del pianeta lo si ritroverà nel campo dell’oculare il giorno dopo. Questo metodo è semplicissimo ma ha lo svantaggio di costringere l’osservazione in un preciso lasso di tempo che non necessariamente sarà il più favorevole. Questo sistema di puntamento è oggi di interesse puramente storico, ma mi è parso interessante menzionarlo.

Fig.7 – Il planetario SKyMap è una della tante applicazioni disponibili per smartphone

5. Lo smartphone

 Diversi planetari per smartphone, iPhone, ecc. permettono di trovare stelle e pianeti semplicemente puntando il dispositivo verso il cielo grazie a un sensore interno. Perché il sistema funzioni per trovare Mercurio e Venere di giorno, è necessaria una taratura preliminare ottenuta puntando di notte col telescopio una stella o un pianeta e regolando la posizione del dispositivo mobile sul suo supporto – che deve essere rigido e stabile – finché l’oggetto inquadrato non si trova nel cerchio di puntamento (di solito di tipo Telrad). Personalmente non ho mai trovato questo sistema particolarmente efficace, ma alcuni astrofili hanno avuto più successo di me, ad esempio riuscendo a puntare Giove e Saturno in pieno giorno. In ogni caso non consiglio questa modalità di puntamento se il pianeta da osservare è molto vicino al Sole.

 

Questi qui sopra sono naturalmente solo dei suggerimenti, ciascun osservatore può facilmente trovare un proprio modus operandi.

 

IL CERCATORE

Una volta puntato il telescopio occorre vedere il pianeta, ovviamente. La mia esperienza sotto il cielo di Milano, città dalla quale osservo assiduamente i pianeti interni ormai da vent’anni, è che un cercatore da 50 mm di diametro è più che sufficiente a trovare Venere in pieno giorno anche quando l’atmosfera è un po’ caliginosa, come capita nelle afose giornate estive, o fortemente inquinata, condizione non rara quando in inverno si accumulano nella palude padana le famigerate polveri sottili. I cercatori cinesi che equipaggiano i telescopi prodotti in grande serie hanno però una qualità ottica solo mediocre, per cui appena fuori dal centro del campo le immagini iniziano ad essere percettibilmente aberrate, così che se il pianeta non viene a trovarsi proprio vicino al centro, si rischia di lasciarselo sfuggire visto che il suo contrasto col fondo cielo non è certo paragonabile a quello che si avrebbe di notte. E’ perciò importante che il cercatore sia almeno molto a ben a fuoco per l’infinito, fuoco ottenuto però in pieno giorno perché di notte la pupilla dell’occhio è più dilatata e la focalizzazione cambia. Fortunatamente in commercio si stanno diffondendo piccoli cannocchiali di buona fattura ottica del tipo usato per fare l’autoguida durante le riprese CCD del cielo profondo, e tutte le volte che è possibile sarebbe meglio procurarsi uno di questi, scegliendo un oculare che dia almeno 3 o 4 gradi di campo, possibilmente del tipo “barlowato” in quanto il doppietto negativo che viene a trovarsi prima del fuoco mitiga un pochino le aberrazioni dell’obiettivo molto aperto. Sotto cieli limpidi e non inquinati, invece, si può impiegare con successo un comune cercatore 6×30 o 9×50.

Con telescopi di focale corta (400 – 700 mm) si può fare tranquillamente a meno del cercatore, basta un oculare di lunga focale che fornisca almeno 2.5 – 3 gradi di campo, preventivamente focalizzato sull’infinito e dotato di un filtro skyglow.

Trovare Mercurio nel cercatore, invece, è un altro paio di maniche. Dalla pianura è possibile solo al crepuscolo mentre in montagna ci sono riuscito anche in pieno giorno. Di solito, però, va cercato direttamente nell’oculare, usandone uno a grande campo possibilmente munito, a differenza di Venere, di filtro giallo carico o arancione. Strumenti di focale molto lunga necessitano dell’oculare di maggior focale possibile compatibilmente con l’esigenza di evitare vignettature. Come il cercatore, anche il telescopio principale deve essere stato preventivamente focalizzato in pieno giorno sull’infinito o su un oggetto lontanissimo prendendo nota della posizione del fuocheggiatore in modo da poterla ritrovare. Questa operazione è assolutamente fondamentale per trovare Mercurio di giorno.

Se l’oculare fornisce un campo reale inferiore a 1 – 1.5 gradi molto probabilmente non riusciremo a trovare il pianeta al primo colpo, a meno di non avere un telescopio stazionato alla perfezione, cerchi graduati grandi e precisi oppure un GoTo molto ben istruito in fase di allineamento. In genere occorre invece effettuare delle lente “strisciate” in Declinazione utilizzando il moto micrometrico, ad ogni strisciata spostando il tubo in AR di un valore pari alla metà del campo reale inquadrato, prima da una parte e poi dall’altra rispetto alla posizione attesa. In questo modo prima o poi si dovrebbe riuscire a inquadrare il pianeta.

Occorre fare attenzione a non effettuare spostamenti troppo ampi che potrebbero portare il Sole nel campo visivo dell’oculare.

Trovato il pianeta bisogna stare attenti a non perderlo, ciò che in pieno giorno  è facilissimo perché passando da un oculare debole a uno più forte si perde la messa a fuoco e il campo si restringe. E’ allora consigliabile non solo portare (e tenere) il pianeta ben al centro del campo con il moto orario, se c’è, ma anche aumentare gradualmente l’ingrandimento fino a quello voluto invece di passare di botto, che so, da 20x a 200x. In questo caso un oculare zoom può facilitare le cose.

L’uso del cercatore presenta un’insidia: se il pianeta è molto vicino al Sole c’è il rischio che la nostra stella entri nel campo visivo o che, anche se fuori dal campo, qualche riflesso del Sole all’interno del cercatore arrivi al nostro occhio. Meglio tapparlo, allora (il cercatore, non l’occhio) e trovare il pianeta nel telescopio principale facendo bene attenzione a non inquadrare il Sole e al fatto che anche il fondo del cielo nei pressi della nostra stella presenta una luminosità eccessiva e pericolosa per la vista. In generale ritengo che l’osservazione di Venere e Mercurio in prossimità delle congiunzioni vada riservata solo all’astrofilo molto esperto che abbia già acquisito una buona pratica in condizioni meno critiche.

STRUMENTI

Lo studio diurno di Mercurio e Venere si può fare con qualunque buon telescopio, anche se nel corso del tempo vari osservatori hanno espresso le loro preferenze per un tipo o per l’altro. Per quanto riguarda l’osservazione di Venere, ad esempio, Thomas Webb rilevava che ” …the silvered reflector, from its colourless image, is here greatly superior to the achromatic” [10] e in effetti chiunque abbia osservato Venere al crepuscolo attraverso un rifrattore classico ha potuto notare come lo spettro secondario risulti molto pronunciato e tale da richiedere un filtraggio. Ma osservando di giorno questo problema si attenua considerevolmente (con gli apocromatici è quasi inavvertibile) e comunque molti grandi osservatori planetari hanno fatto uso di rifrattori sia per lo studio di Venere che per quello di Mercurio, tra i quali Herschel, Schroeter, Terby, Antoniadi, Lowell, Dollfus, Baum, oltre al gia citato Schiaparelli. Più importante del tipo di strumento impiegato è la sua protezione dai riflessi parassiti. Eccetto il caso dei newton, gli altri strumenti necessiteranno di paraluce, diaframmi a lama di coltello e una buona opacizzazione interna. Le ottiche dovranno inoltre essere pulite e ben collimate.

Fig.8 : Un Maksutov-Cassegrain Skywatcher. Se non schermato dal Sole il tubo diventa una fornace rovinando l’immagine. Sotto si può vedere uno di questi strumenti dopo trattamento con vernice bianca
Fig.9 – Lo Sky-Watcher trattato con vernice bianca

Oggigiorno, soprattutto nella produzione cinese di massa, vanno di moda i telescopi scuri, al limite con tubi di colore nero, sia in alluminio che in fibra di carbonio. Come è facile intuire questi strumenti non vanno assolutamente bene per osservare di giorno a meno di non schermarli dalla luce solare diretta, ma anche in questo caso un tubo bianco è sempre preferibile. Quando ciò non è possibile lo si può rivestire con una pellicola in alluminio. E’ bene che anche la montatura sia di colore chiaro, perché al Sole una montatura nera si scalda parecchio e questo non fa bene alla meccanica interna oltre a costituire una fonte di calore che può disturbare l’immagine.

Fig.10: Un’alternativa alla verniciatura è il rivestimento con una pellicola bianca lucida del tipo usato per le carrozzerie auto/moto, qui applicata a un newton Skywatcher originariamente di colore nero. Il risultato è gradevole e soprattutto efficace.

Venere si osserva bene anche con strumenti piccoli, un rifrattore da 80 mm è già sufficiente, ma nei mesi a cavallo della congiunzione superiore quando il diametro apparente del pianeta si approssima a 9 – 10 secondi d’arco, ci vuole un rifrattore di almeno 10 cm  e 200- 250x per vedere qualcosa. Mercurio, se non ci si accontenta di vederne le fasi, abbisogna di strumenti più grandi, direi almeno 13 – 15 cm per riuscire a scorgere qualche ombreggiatura, anche se in condizioni particolarmente favorevoli sono riuscito a vedere dettagli con telescopi di 9 – 10 cm.

Immagini e disegni di questi pianeti e le modalità per osservarli si trovano sul sito web della Sezione Pianeti UAI e nell’archivio delle osservazioni, al quale rimando il lettore.

Per proteggersi da accidentali puntamenti del telescopio verso il Sole, raccomando l’applicazione all’obiettivo e al cercatore di un filtro solare certificato come assolutamente sicuro, il quale va tolto solo quando siamo assolutamente certi che il Sole non si trovi nel campo visivo. 

Buon divertimento!

 

RIFERIMENTI

[1] Muirden J., L’astronomia col binocolo, Longanesi, 1977

[2] Citato in Webb T.W. Celestial Objects for Common Telescopes, Dover, 1962

[3] Flammarion C., L’astronomie populaire, Marpon & Fkammarion, Paris, 1880

[4] Webb T.W., op. cit.

[5] Flammarion C., Le stelle e le curiosità del cielo, trad. it., Sonzogno, Milano, 1904