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Cinquant’anni fa, i telescopi Alinari

Cosa  sono io e cos’è il mondo? Perché esisto ed esiste il mondo?” si chiedeva Leon Tolstoj nel suo saggio “La Confessione”, in cui ricercava affannosamente il senso della vita. Le scienze sperimentali rispondevano, dice sempre lo scrittore russo, in questi termini: “Studia le infinite modificazioni, infinitamente complesse, che avvengono nell’infinità dello spazio e del tempo e comprenderai la tua vita”. Non ne rimase appagato, e continuò la sua ricerca in altre direzioni. Che mi sia fatto una domanda simile allora, quando è nata la mia passione per l’astronomia? Ne dubito molto, naturalmente, ma potrebbe anche essere stato così: credo di ricordare che la spinta verso il cielo, le stelle, i pianeti e tutto quello che stava lassù, sopra di me, magico, misterioso, fosse nata proprio anche da un vago pensiero di quel genere. Il tutto non poteva essere distaccato da noi. Forse l’uomo aveva avuto la sua genesi in qualche punto misterioso dell’universo?… In ogni caso,   qualunque cosa io avessi pensato, volevo conoscere tutto quanto mi fosse possibile, dovevo avvicinarmi sempre più a quelle splendide luci misteriose, a quello spettacolo straordinario, e i miei occhi non potevano arrivare tanto lontano! Desideravo scoprire anch’io tutti segreti dello spazio, compresi i drammi che il cielo aveva vissuto e che vivrà, di cui avevo letto qualcosa su riviste specializzate trovate nella biblioteca comunale.

Dal desiderio puro bisognava però arrivare alla realizzazione: questa mi sarebbe stata offerta, un po’ più avanti nel tempo, dalla Ditta Ing. ALINARI di Torino, alla quale sarò sempre grato: senza i suoi telescopi forse avrei dovuto accantonare la mia curiosità e abbandonare il mio sogno!

 

Eravamo alla fine degli anni ’50, anni in cui l’Italia, uscita in modo rovinoso dalla guerra, aveva un gran desiderio di rinascere, di crescere, in cui si sentiva nell’aria un grande fervore: le fabbriche riaprivano, il lavoro riprendeva, e nascevano tante nuove attività. Il mutamento sociale, politico e persino religioso che stava avvenendo era fortemente evidente anche agli occhi di un bambino quale ero in quegli anni, attento a tutto quello che lo circondava: il cambiamento era palpabile. Era arrivata in Italia la televisione, per esempio; non tutti potevano ancora acquistarla, ma si andava a vederla dai più fortunati, e questo già ci permetteva di allargare i nostri orizzonti. Tutto quel fervore divenne ancora più intenso negli anni sessanta, quelli del “boom economico”: la società italiana era ancora più elettrizzata, si stava modificando radicalmente, tutto intorno era insomma una piacevole novità. In quell’atmosfera esistevano piccoli gruppi di astrofili che ruotavano intorno all’unico periodico di astronomia: “Coelum” fondato a Bologna nel 1931 da Guido Horn D’Arturo. Per la mia nascente passione era una manna: la leggevo con voracità, mi interessava qualsiasi argomento trattasse. La mia poteva essere chiamata una vera e propria eccitazione per qualcosa di nuovo che si apriva davanti ai miei occhi. L’occasione per passare dal sogno alla realtà arrivò nell’autunno del 1956: i giornali, avevano dato una grande risonanza a un evento astronomico: la “grande opposizione di Marte. La mia curiosità si faceva sempre più intensa, forte.

A quell’epoca la mia famiglia si era trasferita nella periferia sud di Milano: nei dintorni immensi prati e, quello che per me più contava, poca illuminazione: la perfezione per  godersi quel cielo buio ricco di stelle, non solo aumentava sempre più il suo fascino, ma faceva lievitare in me il desiderio di approfondire.

C’era però un grosso problema da affrontare: non esistevano telescopi a prezzi accessibili! In commercio, che io sapessi, c’erano solo quelli della ditta tedesca Zeiss e altri di fabbricazione giapponese, entrambi carissimi, inavvicinabili. La fortuna però mi arrise; infatti, casualmente, mi era venuta tra le mani una rivista del “fai da te” dell’agosto del 1956, che si ispirava a certe riviste americane, in cui si insegnava a costruire dalla radio, a oggetti di tutti i generi; sfogliandola, vidi uno schema molto dettagliato, ben fatto, per la costruzione di un piccolo telescopio adatto all’osservazione di Marte (fig. 1)

 

venduto proprio dalla ditta Ingegner ALINARI di Torino: benissimo, ma per me, a quell’età, era impossibile pensare di riuscire a costruire da solo lo strumento dei miei sogni, ma alla fine dell’articolo ecco un’altra bella sorpresa: i pezzi erano reperibili presso la Ditta stessa, con un costo non molto elevato. Era fattibile, pensai, ma la timidezza mi giocò un brutto scherzo: non ebbi il coraggio di chiedere ai miei genitori di acquistarmi quello che mi serviva… ritenevo che l’avrebbero giudicato un oggetto inutile, oppure non ancora adatto alla mia età, e rinunciai a chiederlo. Decisi però di provare a costruirlo con elementi più semplici: un “fai da te” totale, insomma! Avevo comperato da un ottico una lente biconvessa per presbiti, da un ferramenta un tubo di alluminio del diametro di 4 cm e di una lunghezza focale di 1 metro, le due piccole lenti necessarie per costruire l’oculare: il tutto naturalmente cercando di scopiazzare le indicazioni trovate sulla rivista! Ebbene, pur con tutta la mia buona volontà di ottenere qualcosa di apprezzabile, il risultato fu… pessimo! Il “mio” telescopio funzionava male da un punto di vista sia ottico che meccanico, ma l’entusiasmo di essere riuscito a intravedere i crateri della luna e i satelliti di Giove, sia pur in un modo veramente confuso, mi aveva lo stesso fatto toccare il cielo con un dito!. L’anno dopo, nel 1957, uscì in edicola una rivista, mi ricordo ancora il nome della testata: “Oltre il Cielo”, che trattava di fantascienza e di astronautica, ma anche, qualche volta, di astronomia: mi fu molto utile (fig.2),

inoltre tra le sue pagine trovai anche una piccola pubblicità riferita a quel famoso cannocchiale (fig.3)

 

di cui avevo visto gli schemi l’anno precedente, sempre della Ditta ALINARI, i cui prezzi, – un aspetto molto importante per me – erano ancora i più accessibili sul mercato. Avevo richiesto alla ditta il catalogo, che puntualmente arrivò: era ben illustrato, con una serie di telescopi e di accessori (fig.4).

La mia attenzione si era concentrata su uno di questi, il più economico, un telescopio descritto come astronomico a cui era stato dato il nome “SATELLITER Direct-Reflex” modello standard. Lo chiesi finalmente in regalo ai miei genitori, non potevo più attendere! Ricordo benissimo il momento in cui mi venne recapitato il telescopio, in quella scatola di cartone, avvolto da fogli di un quotidiano, c’era il “mio” primo telescopio astronomico. (fig.5)

All’interno, un piccolo treppiede molto semplice da tavolo, composto da tre aste in metallo, un sostegno in gomma con tre fori per infilare le aste e la forcella con le estremità gommate da infilare in due fori praticati sul tubo in Pvc del telescopio (probabilmente erano materiali utilizzati per l’edilizia). Il modello standard era fornito con una semplice lente biconvessa di 45 mm di diametro, ma con un diaframma in cartone di 25 mm per ridurre le aberrazioni cromatiche, e inserito nel tubo del diametro di 80 mm con un riduttore in lamiera (Fig. 6).

La messa a fuoco avveniva con una sola manopola e il tubo del focheggiatore si spostava in modo micrometico tramite un tubicino di gomma che agiva frizionando sul tubo del focheggiatore; un anticipatore un po’ rozzo dell’attuale Crayford.

Sul tubo del focheggiatore era inserita la “Scatola Direct-Reflex” in gomma dura e spessa con due fori per inserire gli oculari anch’essi in gomma, che garantivano, a detta del costruttore, 50x e 75x (fig. 7).

 

 

 

La visione reflex avveniva tramite uno specchio che si posizionava a 45° tramite la rotazione di una manopola.

Venivano proposti anche due modelli acromatici con l’obiettivo di 45 mm e di 75 mm, descritti come ultraluminosi.

La voglia di osservare era immensa, non vedevo l’ora di metterlo in funzione; insomma, avevo finalmente raggiunto il mio sogno. Ricordo molto bene che feci la prima osservazione puntando il telescopio, tramite il cercatore (privo di ottica), sulla Luna, che casualmente era proprio al primo quarto: rimasi colpito dal fatto che si vedessero molto bene i crateri: una visione emozionante.

Puntai anche su Giove, ma fui un po’ deluso, in quanto non avevo notato differenze rispetto al cannocchiale che mi ero autocostruito. L’immagine era buia, comunque ero affascinato, nelle osservazioni che facevo di Giove notte dopo notte, dalla diversa posizione assunta dai suoi satelliti. Puntai poi nelle notti successive il telescopio verso la spada di Orione, ma la delusione fu forte, perché la nebulosa non era visibile e il trapezio non era ben risolto: il mio strumento, il Satelliter, era poco luminoso per potere osservare gli oggetti deboli come le nebulose. Ne ho un ricordo vivissimo, nonostante siano passati tanti anni. A quell’epoca non avevo nessuna conoscenza di ottica, non mi rendevo conto dell’importanza del diametro dell’obiettivo e della precisione dell’ottica. Conclusione, lo strumento era ancora troppo spartano… dovevo arrivare ad acquistarne uno più potente: si era innescato in me il desiderio di vedere sempre di più della volta celeste, e in modo più netto. Volevo dunque aumentare le potenzialità del telescopio! In mio aiuto arrivò sempre la Ditta ALINARI: reclamizzava nel suo catalogo il telescopio “JUPITER 400X – Direct Reflex”, come lo strumento migliore della casa, un telescopio di grande luminosità e ingrandimento. Questo telescopio aveva un obiettivo acromatico di 120 mm, una focale di 1000 mm. E un peso di 5 chilogrammi. (Fig.8)

Nel catalogo, lo Jupiter 400, era descritto come il telescopio dell’amatore esigente, che desiderava ottenere forti ingrandimenti, estrema luminosità e un’immagine nitidissima priva di aberrazioni. Lo ordinai!

Arrivò infatti velocemente la scatola con lo strumento avvolto nella solita carta da giornale: dava l’impressione di essere un telescopio “vero”, con il tubo in Pvc grigio, montato su una colonna in alluminio fuso verniciato in un grigio metallico, fissabile al tavolo o ad altro sostegno che consentiva i movimenti altazimutali e un contrappeso per bilanciare il telescopio. Era dotato di due oculari di f.14 mm, con un ingrandimento di 75x. Il focheggiatore e la scatola “direct reflex” erano identici al modello Satelliter. Con un oculare opzionabile di 10 mm di focale si arrivava a 100x. In catalogo erano disponibili come accessori tre barlow (sempre in gomma con delle semplici lenti negative) F2 con ingrandimento di 150x, F3 250X e F5 400X.

Era inoltre dotato di un paraluce in lamierino nero, estraibile e corredato da un diaframma in cartoncino nero del diametro di 60 mm. Il costruttore dichiarava che il diaframma inseribile dietro il paraluce, consentiva una migliore osservazione del Sole, dei pianeti o di paesaggi molto luminosi.

Mancando un supporto di sostegno, feci subito costruire da un falegname un solido treppiede per sostenerlo (Foto, 9)

e lo provai sul paesaggio terrestre con il diaframma: che meraviglia, l’immagine era luminosa e dettagliata. Togliendo il diaframma però l’immagine perdeva contrasto e incisione. Pensavo che questo difetto fosse prodotto dall’eccessiva luminosità del paesaggio terrestre, ma di notte, puntando verso l’ammasso delle Pleiadi (M45), mi resi conto che le stelle non erano puntiformi ma apparivano circondate da un diffuso alone luminoso. Provai allora a inserire il diaframma in cartoncino davanti all’obbiettivo e con questo accorgimento l’immagine risultava più nitida ma perdeva luminosità: ne dedussi che il telescopio, perché si potessero ottenere buone osservazioni, doveva necessariamente essere diaframmato. A quei tempi, non ero a conoscenza che quel risultato era dovuto a una forte aberrazione sferica. L’obiettivo era sì acromatico, perché composto da due vetri di differente rifrazione e incollati, ma aveva altri problemi: non avendo nessun tipo di trattamento antiriflesso, appariva, nell’osservazione, anche una immagine fantasma (per i pianeti e le stelle più luminose). Nonostante il risultato fosse ancora una volta un po’deludente e le mie osservazioni non raggiungessero l’optimum desiderato, mi rendevo conto che la gioia che queste mi procuravano era per me molto intensa: lo Jupiter 400 rappresentava comunque un grande traguardo: potevo vedere “da vicino” la Luna, Giove con i suoi quattro satelliti principali, gli anelli di Saturno e il suo principale satellite, Titano.

Mi si era aperta una nuova finestra sul mondo: l’Universo era diventato vivo!

 

QUALCHE ANNO DOPO

Gli anni sono passati e, continuando le mie osservazioni con il Jupiter, è arrivato il 1964. Quando il cielo era limpido, aspettavo con una lieve inquietudine che si oscurasse, che la sera calasse velocemente per veder apparire qualcosa di nuovo. Intanto la Ditta ALINARI proponeva, nel suo nuovo catalogo alcune novità che, come cliente, mi arrivava senza essere più richiesto, tra queste c’era un telescopio che ai miei occhi di allora appariva di una dimensione gigantesca: era il “NEPTUN 1000 X  Direct – Reflex a lunga focale smontabile” (Fig.10),

cioè un rifrattore con lo stesso diametro di quello che già possedevo, 120 mm, ma con una focale di 2 metri, descritto come ultraluminoso, a lunga focale, e anche smontabile. Aveva inoltre un potenziale di 1000 ingrandimenti con un oculare di 10 mm di focale e una Barlow F5 (un ingrandimento assurdo). Per renderne agevole il trasporto, il Neptun 1000 era smontabile e rimontabile facilmente unendo le due parti (una contenente l’obiettivo e l’altra la scatola direct-reflex) mediante delle graffe a vite che si impegnano in fori praticati alla estremità dei tubi da congiungere con un normale cacciavite. Gli oculari di corredo simili ai precedenti modelli erano un F25 mm con 80x e un F14 mm con 140x. Con la lente di Barlow F5 (opzionale) e oculare F10 mm l’ingrandimento “sarebbe” arrivato a 1000x! Il tubo era sempre in Pvc ma di colore bianco.

Di questo se ne sarebbe parlato più avanti nel tempo, quando ne avessi avuto la possibilità, ma la novità che mi aveva ancor più stimolato consisteva nella possibilità di posizionarlo su di un massiccio “basamento altazimutale ed equatoriale” in alluminio fuso delle dimensioni di cm 40×24 (Fig.11)

offerto nel nuovo catalogo e anche di un “meccanismo di movimento elettrico automatico”. Il suo funzionamento era elettrico, con un motore sincrono a 220 Volt 50 Hz. Il meccanismo era costituito da due piastre, una fissa e l’altra mobile, che venivano collegate alla colonna del telescopio. Il costruttore dichiarava che “il moto rotazionale ha una durata di oltre mezz’ora, trascorsa la quale è necessario far ritornare le piastre nella posizione primitiva mediante la rotazione manuale di un pomello: questa operazione dura pochi secondi. Il meccanismo non necessita di regolazioni. Con questo meccanismo l’osservazione della Luna e dei pianeti diviene molto efficace; inoltre è possibile effettuare con esso fotografie a lunga posa” (Fig.12).

In realtà l’inseguimento era un po’ rozzo, impreciso con una catena di trascinamento che si staccava dall’ingranaggio con facilità. Positivo era la possibilità che il basamento e il meccanismo elettrico poteva essere utilizzato, oltre che per il Neptun 1000 X, anche per il mio “vecchio” ma amatissimo Jupiter 400 X. Tutto questo mi avrebbe dato finalmente la possibilità sperimentare la fotografia astronomica, che era diventata, nel frattempo, il mio nuovo desiderio.

Lo ordinai dunque immediatamente alla Ditta di Torino. Arrivò, sempre per posta, e lo provai naturalmente la sera stessa, con la solita forte emozione: il piano inclinato equatoriale aveva un’inclinazione di 45°, dunque adatto per le nostre latitudini. Con il motore sincrono di trascinamento puntai verso il nord, con l’aiuto della bussola incorporata nel basamento. Pochi minuti dopo aver avviato il telescopio, mi resi molto tristemente conto che la catenina si staccava dal suo ingranaggio, vanificando così qualsiasi tipo di inseguimento!

La Ditta ALINARI, sempre nel nuovo catalogo, proponeva una “Speciale Telefotocamera” per fotografia astronomica e terrestre (Fig. 13). Veniva reclamizzata con “la possibilità di fare fotografie astronomiche anche con lunghi tempi di posa e con l’opportunità di fare assumere al telescopio il movimento equatoriale automatico

Non persi tempo ad acquistarla. La fotocamera era in plastica, (infatti utilizzava una semplice macchina fotografica giocattolo che veniva venduta sul mercato a un prezzo molto basso), e utilizzava una pellicola di formato 127. La Ditta ALINARI, aveva asportato dalla macchina fotografica originale l’obiettivo e l’otturatore. Il corpo macchina era stato incollato e rafforzato con quattro viti direttamente avvitate alla scatola Direct – Reflex di gomma. La messa a fuoco avveniva attraverso un vetro smerigliato inserito in una prolunga di gomma nella scatola Direct – Reflex. L’immagine che risultava sulla pellicola era circolare, del diametro di soli 25 mm; la fotocamera era priva di otturatore. Il costruttore consigliava di utilizzare come otturatore, un panno nero o un tappo  di fronte all’obiettivo da mettere e togliere in funzione dei tempi di posa (come avveniva per le macchine fotografiche dell’800).

Il risultato sugli astri? Un disastro! L’inseguimento era impreciso e saltellante, le stelle non apparivano puntiformi, ma erano, sulla pellicola, dei tracciati simili a un elettrocardiogramma! Insomma, ancora una delusione, ma, nonostante tutto, come sempre, non mi abbattevo troppo e non abbandonavo: la passione era sempre forte e il piacere e la pace che l’osservazione astronomica mi donava era fortemente superiore alla delusione che mi avevano dato gli strumenti: con la loro semplice presenza le stelle mi davano una grande carica spirituale ed emotiva.

Era urgente trovare un’alternativa: buttai la “telefotocamera” e pensai di sostituirla con una Reflex , che acquistai,  – a quel tempo, sul mercato si trovavano delle reflex russe “Zenit” molto convenienti nel prezzo – facendo poi realizzare da un tornitore un raccordo per collegarlo al tubo di focheggiatura. Con quella nuova fotocamera, e avendo a disposizione un otturatore con scatti lenti e veloci, fotografai, a fuoco primario, la Luna e i satelliti di Giove.

Ero finalmente soddisfatto.  Il primo passo verso la grande passione, la fotografia astronomica, che dura tuttora, era stato raggiunto! Utilizzai il telescopio Jupiter 400 anche per disegnare i crateri della luna, alternandoli alle foto (Fig.15 – 15b – 15c ).

Il telescopio “Neptun 1000”, anche questa volta, però, non aveva raggiunto le mie aspettative: tutto si ripeteva, e le delusioni continuavano ad essere una costante, ma nulla mi poteva fermare, né le notti passate al freddo, né le zanzare estive sul balcone di casa, né l’insufficienza tecnica dei telescopi, né niente altro.

Quello che il cielo mi offriva era impagabile! Avevo puntato su Giove, la sua immagine non era nitida, ma piuttosto “flou”, e così era per la Luna e per le stelle. Ironia della sorte, il telescopio Jupiter, utilizzato diaframmato, era migliore! Decisi allora di creare un diaframma anche sul nuovo, il Neptun 1000, che, proprio grazie alla sua lunga focale, venne da me utilizzato per le osservazioni solari e in particolare per l’osservazione delle macchie solari: in questo caso, per fortuna, mi dava buone soddisfazioni.

Questi due ultimi telescopi rimasero comunque essenziali per la mia vita di giovane astrofilo, ma l’era dei telescopi Alinari era conclusa, anche se quella Ditta mi è rimasta sempre nel cuore. All’inizio degli anni “70” irruppero sul mercato telescopi a specchio di tipo Newton di diametro 114 mm che fecero progredire  l’astronomia amatoriale dell’Italia. Ma questa sarà un’altra storia…

Ripensando a distanza di tempo alla mia avventura pionieristica, in cui osservavo con tanta gioia e passione la Luna con i suoi crateri, Giove e i suoi satelliti, le stelle doppie, le macchie solari, e tutto quello che si poteva osservare, nonostante i miei strumenti fossero modesti o improvvisati con il “fai da… me”, mi rendo conto di quanto i giovani d’oggi siano fortunati ad avere a loro disposizione mezzi per le osservazioni che la mia generazione di astrofili non poteva nemmeno sognare.

Nello stesso tempo mi consolo pensando a quanto fossi fortunato ad avere sopra di me un cielo così buio da poter vedere, dalla mia casa di Milano, anche a occhio nudo, le stelle di magnitudine più debole, e non una volta celeste sempre più inquinata dalle luci urbane, come purtroppo è la realtà di oggi. Da allora la mia passione non si è mai indebolita, la mia avventura non si è mai arrestata, e continua a darmi soddisfazione: il mio amore per il cielo è sempre andato oltre tutto il resto: con uno sguardo alle stelle dietro il telescopio acquistavo una serenità quasi innaturale, che tranquillizzava il mio animo e smorzava, quando affioravano, le mie inquietudini. E così è sempre stato, fino ad  oggi. Dopo tanti anni, nulla è cambiato, anche se molto è cambiato nella mia vita. Le stelle attraversano molte vicissitudini, e, alla fine, invecchiano. Anch’io, insieme a loro, ho attraversato varie vicissitudini, ma, sempre con loro, …non invecchio!

 

 

 

 

Cesare Baroni

er Cesare Baroni l’astronomia è una passione che risale alla gioventù. Un’attrattiva costante che gli ha sempre fatto guardare all’insù alla continua ricerca di corpi celesti da scoprire. La sua esperienza professionale nell’attività editoriale e nel campo delle comunicazioni visive, gli ha fatto prediligere l’orientamento divulgativo dell’astronomia. Ha collaborato per alcuni anni con “Airone”, con la rivista “La Macchina del Tempo” e “Focus Junior”. Attualmente è presidente e conferenziere dell’Associazione Astronomica Mirasole di Opera (Mi

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