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Il conto della Storia.

Storia con la  S maiuscola, perchè andremo a trattare indirettamente delle grandi vicende che modificano il vissuto dell’umanità e che lasciano le loro tracce sugli uomini, ma anche sugli oggetti che questi usano per portare a compimento i loro scopi. Quanto poi sia lecito operare su questi strumenti, perchè i segni si mostrino meno evidenti ed aggressivi e la Storia di questi oggetti si riveli nel modo più “virtuoso”, dimostrando appieno cosa di buono erano in grado di fare.

Per essere più chiari vedremo cosa si è reso necessario fare per riportare a nuova vita un binocolo U-Boat 8×60, il cosiddetto Kommandant’s glas, costruito da Zeiss (marcato “blc”) per essere dato in dotazione ai comandanti dei sottomarini tedeschi della Seconda Guerra Mondiale.

Il Kommandant's glas 8x60 prima del restauro

Il Kommandant’s glas 8×60 prima del restauro

Questo binocolo è uno dei diversi capolavori dell’ottica che lo sforzo bellico ha costretto a sfornare su tutti i fronti in conflitto, per dotare le truppe belligeranti di strumenti “in grado di vedere il nemico, prima che questo sia in grado di scorgerle a sua volta”. Un eccellente binocolo Porro I , ancorché massiccio e pesante, a grande campo dotato però anche di elevato rilievo della pupilla, caratteristiche queste “storicamente” non facili da coniugare. Un grande classico del collezionismo binoculare, ogni amante di questi strumenti agogna ad averne uno, perché carico di storia ma anche perché in grado di fornire prestazioni ottiche ancora oggi eccezionali. Cosa fare allora se i segni del tempo hanno “magari” aggiunto fascino a un simile capolavoro ottico sottraendogli però qualità prestazionale?

E’ questa il dilemma in cui si è trovato l’amico siciliano Antonino Messina (ma come lui anche altri collezionisti) una volta ricevuto il suo 8×60, tanto atteso ed agognato negli anni di amore per i binocoli, ansioso di riceverne gioia una volta puntato sulle belle acque dello Stretto. Però si sa la storia è capricciosa, ama l’imprevisto e il binocolo si è presentato, oltre a qualche magagna di natura  puramente estetica però degne di un vero “robusto combattente”, con anche offese ben più gravi al cuore cristallino dello strumento: un meraviglioso “occhio da lupo di mare” su cui era calata una inesorabile ed oscura cataratta.

L'U-Boat 8x60 a restauro terminato

L’U-Boat 8×60 a restauro terminato

A questo punto, verificata l’impossibilità di restituire il binocolo al venditore, o accontentarsi di lasciarlo in bella mostra in una vetrina, attendendo che la polvere  e l’oblio ammantassero la delusione, oppure cercare di recuperarlo per dargli nuova vitalità, indulgendo a compromesso con la signora Storia, giacché lei per prima poco signora si era dimostrata nei confronti dello strumento stesso.

Così come già in precedenza fatto da Messina è stata chiamata in causa la diligente opera di Luca Mazzoleni, opera che ha dovuto essere come poche altre volte radicale e decisa, visto lo stato di conservazione del binocolo: il corpo metallico evidenziava oltre a qualche mancanza di vernice (cosa generalmente tollerata) segni di ossidazione dentro e fuori, soprattutto internamente il continuo distacco di ossido rischiava di vanificare anche in futuro il lavoro di pulitura delle ottiche. I vetri poi in particolare, oltre al comune appannamento dovuto alla stratificazione di residui di condensa e sporco prodottasi negli anni, presentavano un grossa compromissione del trattamento antiriflesso, tale non solo da renderlo inefficace ma addirittura controproducente opacizzando i vetri ottici. Per di più il deposito di ossidi metallici, unito forse ad infiltrazioni di acqua marina (binocolo finito a mollo per lungo tempo?) era riuscito ad intaccare la superficie di uno dei grandi prismi di Porro, compromettendo addirittura la completa planarità di una delle sue facce.

Un piccolo esempio dell'ossidazione di alcune parti del binocolo

Un piccolo esempio dell’ossidazione di alcune parti del binocolo

Difronte a casi simili generalmente, se lo si ritiene “sufficiente”, si procede con lo smontaggio e la pulizia delle parti e nei casi più dolorosi con la rimozione dei trattamenti danneggiati, rimanendo così con i soli vetri “nudi”. Vista però l’importanza del binocolo, la sua notevole “intrinseca” qualità ottica e la grande mole dei danni da ripristinare, proprietario e restauratore hanno voluto andare oltre le procedure consuete di recupero, chiamando in causa la maestria di una terza parte, la ditta Zen di Venezia, da anni conosciuta per la sapiente produzione di raffinate ottiche astronomiche.

I prismi di Porro I rimessi a nuovo dopo l'intervento della ditta Zen

I prismi di Porro I rimessi a nuovo dopo l’intervento della ditta Zen

Ciò ha permesso, una volta smontato e ripulito completamente il binocolo, di dotare nuovamente i vetri di un efficiente trattamento antiriflesso “mono strato” (in ossequio a quello originariamente usato)  e di dare nuova perfetta linearità alla faccia del prisma rimasta vittima della corrosione. Si è ritenuto poi, per avere un lavoro più completo e performante di trattare antiriflesso tutte le superfici ottiche aria-vetro, mentre il progetto originale prevedeva questa procedura per le sole superfici più esterne, in questo modo si è avuto il raddoppio dell’area rivestita, portando la trasmissione totale della luce al 91% (stima finale ottenuta strumentalmente in laboratorio dalla ditta Zen), dato perfettamente competitivo con un binocolo contemporaneo.

Il corpo metallico del binocolo è stato completamente rimesso a nudo, sia internamente che esternamente, rivelando tra l’altro qualche differenza costruttiva tra i due tubi ottici, segno forse che nell’ultima parte dello sforzo bellico la carenza di materiali spingeva gli abili tecnici Zeiss a non andare troppo per il sottile circa il recupero dei pezzi da utilizzare per le loro realizzazioni. La riverniciatura poi è stata effettuata copiando la tinta originale usata dai tedeschi.

L'alluminio rimesso a nudo dopo la rimozione della vecchia verniciatura.

L’alluminio rimesso a nudo dopo la rimozione della vecchia verniciatura.

Una volta riassemblato il binocolo e dopo notevoli sforzi di Luca per allineare perfettamente tutte le ottiche (sforzi dovuti anche alle differenze tra i due corpi metallici) il risultato finale è parso veramente notevole (anche esteticamente): un ottica a grandissimo campo, ben corretta anche se non perfetta, facilmente utilizzabile anche da chi fa uso di occhiali da vista, molto luminosa grazie ai nuovi rivestimenti ottici messi in opera da Zen.

A tal proposito si è voluto anche organizzare una mini comparativa con l’altro vertice della produzione bellica germanica, in fatto di binocoli da usare anche a mano libera. Grazie alla cortesia di un altro amico di Binomania, il collezionista ed esperto Sergio Sicoli, abbiamo potuto fare un veloce confronto diurno con un bel esemplare di 8x60H Porro II (chiamato anche Tall), binocolo in perfette condizioni, che aveva a suo tempo richiesto la sola  ripulitura della ottiche. Il confronto ha messo in evidenza una maggior correzione al bordo dell’ 8×60 Porro II rispetto al cugino U-boat, che però è riuscito già nell’uso diurno a dare l’impressione di una maggiore luminosità. Per avere la conferma di questa migliore trasmissione della luce del “Kommandant’s glas” lo abbiamo paragonato poi alla sera con un binocolo moderno di formato simile, il Docter Nobilem 8×56 (una versione però precedente a quella attuale). Il vecchio 8×60, grazie ai trattamenti rinnovati, si è dimostrato antagonista veramente degno del più recente 56 millimetri, cedendo veramente di un’ inezia in questa prova crepuscolare.

Il Tall 8x60 fornito da Sergio Sicoli per una veloce comparativa.

Il Tall 8×60 fornito da Sergio Sicoli per una veloce comparativa.

In conclusione credo di poter dire che il complesso lavoro commissionato da Antonino Messina a Mazzoleni e Zen abbia sicuramente dato ottimi frutti, pur comportando un notevole sforzo per tutte le parti in causa, ma quando ci si trova di fronte a questi colossi della storia dell’ottica binoculare (e solo per loro) il gioco può veramente valere la candela. Un simile lavoro va affrontato con rigore e per quanto possibile deve essere fermamente rispettoso della storia, ma a mio avviso deve comunque permettere a questi “gioielli” di tornare a risplendere in tutta la loro luce, il rispetto della storia è anche questo. Ricordiamoci poi che ci troviamo comunque di fronte ad oggetti frutto di una seppur limitata produzione seriale, se uno vuol veder conservato il binocolo intatto nella sua verginità troverà altri esemplari in questa condizione, anche in questo caso nessuno ha pensato di rimettere le braccia alla “Venere di Milo”.

 

Ringraziamenti

Vorrei ringraziare Antonino Messina, Sergio Sicoli e Luca Mazzoleni per aver gentilmente collaborato alla preparazione del presente articolo fornendo immagini e notizie chi dei propri strumenti e chi dalla propria opera, oltre naturalmente per la passione, disponibilità e risorse che mettono nel collezionismo binoculare.

Paolo Monti

Monti Paolo: quarantenne, un po’ astrofilo, un po’ birdwatcher, un po’ digiscoper; colleziona binocoli da qualche anno, ne possiede di vari.E’ un membro del gruppo Astor (Associazione per l’osservazione e lo studio dei Rapaci) insieme a Piergiovanni Salimbeni e Abramo Giusto.

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