Intervista a Massimiliano Lattanzi.

1)        Ciao Massimiliano e benvenuto su Binomania.it.

            Entro nel vivo di questa recensione con una domanda che volevo farti da molto tempo: potresti informare i lettori riguardo il “Progetto Refractorland”?

 

Guarda, il “Progetto Refractorland” nasce nel 2007 configurandosi da subito come un luogo di pace, dove fruire e condividere le bellezze del Cielo in uno spazio di quiete e tranquillità.

Ospitato in un casale nel Nord dell’Umbria (attualmente in ristrutturazione ed ampliamento), proprio sul confine col Lazio e la Toscana, Refractorland è pensato, se vuoi, come una sorta di eremo non connotato confessionalmente.

Bada, se poi, accanto all’osservazione del Cielo (che può andare dal passare ore sdraiato su una coperta in mezzo al prato, allo stare ai comandi di un telescopio, come pure dietro allo schermo di un computer) uno desidera ritirarsi a leggere, meditare, pregare, fare yoga, o rilassarsi nella SPA, come pure occuparsi dell’orto biologico, ovviamente la struttura lo permette – e lo incoraggia, oserei dire.

Se vai sulla home page ( http://Refractorland.org ) puoi leggere chiaramente che si tratta di “uno spazio di quiete per dare un sereno sguardo al Cielo; una piattaforma per la diffusione e la condivisione di studi ed informazioni; un’opportunità di arricchimento, comprensione reciproca e crescita condivisa”.

Ovviamente c’è più e altro da questo, come per esempio il semplice desiderio di prendersi un periodo (breve o lungo che sia) per rilassarsi, starsene tranquilli, riflettere, scrivere, etc. Il tutto in mezzo alla Natura, con davanti ad un panorama mozzafiato (la prospiciente Rocca del 1200 è protetta dalle Belle Arti), avendo sempre a disposizione i telescopi e, un po’ più distante (…se non altro per mere necessità di equilibrio termico…), il calore di un caminetto.

L’ampliamento su cui stiamo lavorando, oltre ad aumentare ovviamente la capacità ricettiva, aggiunge un ampio locale con un secondo (e assai più grande) caminetto di condivisione, uno spazio biblioteca/emeroteca/mediateca, un’area SPA e, all’esterno, un biolago. Oltre a ciò non va dimenticato un Osservatorio Astronomico di ca. 9 metri di diametro.

Va precisato che, per quanto originariamente concepito per uso astronomico, il sito è e sarà orientato ad attività ricettiva di più ampio respiro, disponibile per chiunque cerchi una vacanza (breve o lunga che sia) un po’ diversa dal solito, orientata alla tranquillità e alla bellezza.

Ciò chiarito, perché proprio “Refractorland”, mi chiederai?

Perché, nonostante oggi vi si possano trovare telescopi di svariate configurazioni, all’inizio gli unici strumenti disponibili erano appunto i rifrattori — una vasta collezione, bisogna dire. Strumenti che, com’è noto, garantiscono una tranquillità d’immagine impossibile ad altre configurazioni; cosa che si sposa ovviamente assai bene con la filosofia del luogo.

Insomma, se alla fine di una giornata immersa nella quiete, dopo aver osservato a lungo un tramonto fino alla fine del crepuscolo, un ospite vuole avvicinarsi in silenzio al Cielo, è proprio il rifrattore — che, più di ogni altro telescopio ha la caratteristica di “scomparire” dando l’impressione di trovarsi non già dietro ad uno strumento ma, piuttosto, affacciati ad un oblò aperto verso il Firmamento — a garantire, per quanto possibile, un proseguimento coerente dell’esperienza.

Ho visto tante volte persone che non avevano mai messo prima l’occhio al telescopio, passare lunghe ore (anche saltando la cena) “incollate all’oblò”, per poi rientrare con gli occhi lucidi di commozione. Questa è appunto un’esperienza in cui il rifrattore permane insuperato.

Del resto, quando si vuol connotare positivamente l’immagine data da qualsivoglia telescopio, la si chiama, appunto “refractor-like“. Mi pare che l’espressione parli da sola.

Per passare dall’esperienza osservativa a quella meramente strumentale, bisogna anche dire che l’elevato numero di telescopi di qualità ha permesso tante e tante volte di compiere confronti, approfondimenti, studi; tutti effettuati di prima mano e senza discussioni sterili ed interminabili dovute al “sentito dire”, come pure alla strenua difesa del “proprio strumento”. Qui si è invece sempre trattato di bei momenti, che hanno permesso ad ognuno (incluso il sottoscritto) un affinamento del “palato” osservativo, ed orientato con cognizione di causa l’ampliamento e/o la specializzazione del parco ottiche di ciascuno in vista di future ricerche o per puro piacere contemplativo.

Oggi il numero di rifrattori si è un po’ ridotto (pur rimanendo comunque elevato), ma altri più grandi sono in arrivo, in particolare un apocromatico da 10″ f/9 ed uno Zeiss AS200/300 nella versione Springfield-Coudé. Parallelamente poi, sono ora disponibili svariati sistemi a specchio (prevalentemente Maksutov e Schmidt-Cassegrain) di diametri anche importanti, incluse Camere Schmidt e sistemi Fastar. Il tutto permette sia fotografia chimica (anche utilizzando astrografi a lastra) che digitale.

Seppur rapidamente e senza entrare nel merito, mi preme anche sottolineare l’importante attività di restauro di strumenti vintage o storici, che viene effettuata in situ. Il rifrattore Salmoiraghi del 1920, che tu ben conosci, con la sua montatura e il moto ad orologeria a gravità, non costituisce è che uno dei tanti esempi.

 

 

2)         Per anni hai avuto il piacere e il privilegio di osservare in decine di telescopi; attualmente con quale strumento osservi il cielo?

 

Attualmente, con i lavori in corso, sono in “esilio” cittadino a Roma. Quindi gli strumenti con cui osservo risentono di limitazioni meramente logistiche.

Bisogna dire che ho comunque la fortuna di vivere sulla sommità di un palazzo assai elevato, posto su una collina al limite della Riserva Naturale di Castel Fusano. Quindi il seeing, con un flusso  laminare abbastanza indisturbato che arriva dal Mare, permette spesso osservazioni ad alta risoluzione degne di nota. Avendo l’opportunità di avere accesso ad un ampio lastrico solare, totalmente aperto a 360°, osservo, quando ho più tempo, con un apocromatico da 200 f/9.

Ciò detto, ho pensato anche che l’esilio Romano potesse e dovesse essere non già una costrizione, ma piuttosto un’opportunità. Lo sto quindi utilizzando per tutta una serie di esperimenti di “reverse engineering“: in particolare ho quindi, accanto al rifrattore apocromatico, uno Schmidt-Cassegrain da 14″, un Maksutov da 10″ e ancora un Maksutov da 7”. Tutti strumenti che sono stati smontati un’infinità di volte, modificati (anche pesantemente) sia nell’ottica che nella meccanica, sempre con l’intento di avvicinarli a quella resa “refractor-like” cui accennavo sopra. E’ una tensione asintotica, ovviamente; ma è tentativo che insegna tante cose.

Tutta esperienza questa che viene poi trasportata a Refractorland e costituisce un arricchimento di tutt’altro tipo rispetto alla cosiddetta “Armchair Astronomy“, quella Astronomia da poltrona che consiste nel passare centinaia e centinaia di ore a leggere disquisizioni sul nulla di tanti che ritengono che il comportamento di un telescopio (che non conoscono) nell’atmosfera (che conoscono ancor meno) possa essere predetto con due formulette e una grafizzazione a schermo; con buona pace di tutte le cautele epistemologiche nell’effettuare operazioni di riduzione di modelli complessi.

Del resto, è cosa nota che al mondo esistono centinaia di migliaia di piloti di Formula 1 e di skipper dell’America’s Cup (per tacer di Commissari Tecnici delle Nazionali !) che pretendono di determinare prestazioni e risultati finali con un paio di parametri e tanta tanta inopportuna loquela; ovviamente non essendo mai saliti né su una monoposto né su un catamarano da corsa (né tantomeno avendoli progettati o realizzati).

E’ un discorso lungo che attiene allo spirito umano più che all’Astronomia sensu strictu. Buono, appunto, per una lunga serata davanti al caminetto.

 

 

3)         Se dovessi scegliere i due strumenti che ti hanno letteralmente rubato il cuore, quali citeresti?

Ovvio che i grandi rifrattori da 8-10″ sono quelli che più di ogni altro ti rubano il cuore — non è più osservazione ma spesso una vera e propria esperienza oserei dire “trascendente”. Ho visto tante ma tante persone, anche dichiaratamente atee o agnostiche, mettere l’occhio all’oculare, p.e. su Giove o Saturno, ed esclamare a bocca aperta “mio Dio…”  Ecco, è tutto là. Non servono altre spiegazioni.

Per andare in senso diametralmente opposto, non posso neanche dimenticare quel bambino di 6 anni che, dopo essere rimasto in silenzio a guardare il Cielo accanto al suo “nuovo” (in effetti di seconda mano) rifrattorino Tasco 60/900 su forcellina AltAzimutale, punta alla fine una Stella che aveva una luce un po’ strana dicendosi: cominciamo da lì. E si trova nel campo visivo la piccolissima sfera di Saturno circondata da due anelli. Ce n’è di che rimanere folgorati per tutta la vita — e infatti stiamo ancora qui a parlarne…!

Se poi al “cuore” vuoi aggiungere un po’ di “mente” posso citarti alcuni strumenti (ma, mi rendo conto, facendo torto a tanti altri), per la fusione armonica di bontà ottica, eccellenza meccanica, ergonomia e, appunto, per la loro squisita facoltà di scomparire all’uso. Me ne permetti, diciamo, quattro?

 

  1. Zeiss 100/640 APQ su Zeiss IB.

          

Non il più performante in assoluto (parliamo sempre di 4″, per quanto eccezionali essi siano) ma senz’altro quello che m’ha fatto dire: con questo su un’isola deserta uno è felice per tutta la vita.

Ottica perfetta. Meccanica perfetta. Montatura regolabile da 0 a 90°. Moto orario sincrono con accoppiamenti talmente precisi che mantiene gli oggetti puntati per ore senza la minima correzione. Moti manuali (in override continuo sul moto elettrico) e sblocchi assi esattamente dove te li aspetti. Un capolavoro di ergonomia. Puoi stare ore con l’occhio incollato al telescopio e, senza alzare la testa dall’oculare, all’occorrenza tutto è perfettamente a portata di mano senza una sbavatura.

Che volere di più? 10 e lode su 10.

 

  1. Zeiss 130/1000 APQ su Takahashi NJP.

Un’ottica da brivido. L’ho spinta per anni a dei livelli che apo 6″ di grande blasone (Americani e Giapponesi, per non fare nomi) hanno fatto difficoltà a raggiungere. Ho dovuto usare un EDT 180/9 rifiguratomi da Roland Christen in persona per dire: ecco, qui il 130APQ non ci arriva. Ripeto da brivido.

La Zeiss PaMont-II (o Astro-Physics 600 che dir si voglia) non è alla sua altezza. Una Takahashi NJP, per la sua accuratezza e precisione meccanica, per le possibilità di intervento sulle tolleranze di ogni singolo asse e movimento, per la dolcezza che ricorda una Leica a Telemetro o un’Hasselblad serie V è perfetta per portarlo adeguatamente.

Una combinazione di altissima classe opto-meccanica che regala performance “magiche” la stragrande maggioranza delle sere dell’anno. 10 e lode; anzi no, 20 su 10.

 

  1. Zeiss AS 110/1650 su montatura Unitron 160 con moto a gravità.

L’ottica Zeiss, se si esclude la fedeltà cromatica che non è perfetta al di sotto dei 500 nanometri, è una spanna al di sopra di qualunque 4″ apocromatico oggi esistente. Il progetto ottico del 1926 si sposa perfettamente coi “suoi” oculari da 24.5. Il risultato su Stelle Doppie, Sole, Luna e Pianeti è di assoluta perfezione. Ovvio, questo richiede uno strumento tre volte più lungo e più pesante del 100 APQ summenzionato. Non si può avere tutto…

La montatura Unitron 160 — che riprende vecchie montature Giapponesi GOTO, che a loro volta copiavano a man bassa dalle Zeiss di inizio 900, lo gestisce perfettamente. Essendo stata progettata, appunto, per un 105/1500 Foto-Equatoriale (quindi con tutta la strumentazione fotografica accessoria), al contrario delle altre montature Polarex-Unitron ha tutti i movimenti sovradimensionati che girano su cuscinetti a sfera. Dal punto di vista ergonomico, tutti gli sblocchi degli assi, come pure i movimenti fini e le correzioni manuali in override sono a portata di mano appunto perché sono progettati per un lungo fuoco.

Ultima finezza, il moto a gravità a movimento totalmente meccanico permette di lavorare dovunque senza energia elettrica e, vista la possibilità di regolare assai finemente il Governor e le sue sfere di equilibratura, consente un inseguimento dei corpi celesti talmente preciso da rendere praticamente inutile qualunque intervento ulteriore di correzione.

Anche qui un 10/10 e lode (dato anche dall’esperienza più unica che rara, del moro meccanico a gravità).

 

  1. Celestron Pacific C8 pre-1977 su SandCast Fork.

A Tom Johnson, geniale progettista di questo strumento (e, più in generale, dei moderni Schmidt-Cassegrain) bisogna alzare tanti ma tanti cappelli per svariate ragioni. Prima, per le varie invenzioni che gli hanno permesso la realizzazione di ottiche così complesse a prezzo relativamente contenuto. E poi proprio per l’idea di ridurre enormemente i pesi sia delle ottiche che delle meccaniche delle prime serie Celestron bianche e blu per arrivare, appunto al C8 che, lasciando sul campo solo una piccola parte della precisione meccanica dei fratelli maggiori, riusciva per la prima volta ad offrire uno strumento a specchio da 8″ completo di montatura motorizzata e moti manuali all’incredibile peso di 10 kg.

Il peso enormemente ridotto, unitamente alla compattezza del design che prevedeva ora un tubo interamente inglobato e protetto dalla sua montatura a forcella, permettevano di mettere telescopio e montatura, letteralmente fusi assieme, in uno zaino; e, con le ovvie cautele del caso, di poter utilizzare il C8 in luoghi impervi dove, fino ad allora, sarebbe stato impensabile, per un singolo, gestire in solitaria un tale diametro. Una vera e propria rivoluzione osservativa.

La ragione della preferenza per i pre-1977 è dovuta alla maggior cautela costruttiva e alla migliore qualità dei materiali e dei loro accoppiamenti — la Celestron Pacific era allora un’azienda che forniva telescopi ad Osservatori Astronomici professionali, le linee amatoriali essendo nulla più di un plus. L’esplosione successiva del mercato amatoriale e la corsa all’ampia diffusione con riduzione dei costi (e conseguente trasformazione in Celestron International) hanno determinato una maggiore rilassatezza, per così dire, delle tolleranze sia ottiche che, soprattutto, meccaniche. Una forcella a fusione dei primi anni 70 è costruita ed assemblata in modo tale da non far rimpiangere la robustezza di una montatura Tedesca; le successive versioni pressofuse sono, in generale, assai meno convincenti.

Insomma, se si ha la pazienza di raggiungere un’eccellente collimazione ed un altrettanto eccellente equilibrio termico e, soprattutto, si ha la fortuna di trovare una serata di seeing assai buono (se non eccellente), i vecchi C8 sanno fare la voce grossa, e permettono  esperienze osservative insospettate e, francamente, assai interessanti.

Questo ovviamente vale anche per i cugini maggiori (C11 e C14 su forcelle a fusione). Ma con 26 kg per il C11 e oltre 50 per il C14, l’esperienza di mettere lo strumento nello zaino e salire sulla cima di una montagna per osservare diventa cosa assai meno praticabile…

20/10 per il progetto; 9/10 per la realizzazione; 8/10 per l’immancabile necessità di seeing non frequente per dare il meglio.

Nonostante questo, come vedi, il suo posto nel cuore lo ha trovato, e con indiscusso merito…!

4)         Le aziende costruttrici propongono raramente telescopi per l’osservazione visuale, potresti darmi la tua opinione a riguardo? Cosa  pensi, invece, della nuova moda dell’astrofotografia?

 

Questa è una domanda che non può non provocare un lungo sospiro; ed un altrettanto lungo minuto di silenzio… Qui si tratta di un intreccio di vari fattori.

A mio modo di vedere ci sono almeno tre fenomeni principali che s’intrecciano: uno di natura commerciale, e altri due più prettamente psicologici. Il primo ha a che fare con l’offerta; gli altri due con la domanda.

La questione è un po’ lunga da mettere giù ma, visto che siamo qui…

Per quanto riguarda l’offerta, e quindi la natura commerciale della questione, è ovvio che l’osservazione visuale richiede assai meno strumentazione ed assai meno necessita di corse sfrenate dietro a mode e gadget tecnologici.

Un visualista, di per sé, ha bisogno di telescopio, montatura, oculari. Al limite, un visore binoculare. Al limite anche dei filtri. Fine dello shopping. Ed entro nel merito.

Un visualista, come telescopio, ha bisogno di uno strumento, per quanto possibile, eccellente. Non buono, ma eccellente. Nell’osservazione si è “live” e non c’è post-processing: quello che lo strumento restituisce bene, si vede; quello che restituisce  poco o male, va facilmente perso, perché non lo si può fare emergere con lunghe ore di elaborazione elettronica.

Gli strumenti eccellenti costano, e non si comprano per sfizio. Il mercato oggi è fatto di un’enormità di strumenti proposti a prezzo medio-bassi. Le case costruttrici ovviamente preferiscono vendere cento o mille telescopi che hanno tante limitazioni, appunto con la speranza che vengano cambiati spesso e facciano girare l’economia.

Un visualista, che ha fatto un investimento importante su uno strumento dedicato, può tenerlo per anni, decenni, anche per l’intera attività osservativa. Questo, ovviamente, alle case costruttrici non fa comodo. Per dirla semplicemente, il visualista è un pessimo cliente. Lo vedi una volta, e poi non sai quando.  Continuo.

Il visualista ha bisogno di una montatura di base, estremamente robusta ed affidabile. Anche qui, commercialmente parlando, risulta essere un pessimo cliente.

Considera che io uso con profitto montature che hanno dai 30 ai 90 anni di età… Funzionano perfettamente (alcune dopo il restauro). E le uso non per amore del vintage; ma semplicemente perché presentano caratteristiche che le montature odierne spesso hanno perso (robustezza senza compromessi, materiali pensati per la non-obsolescenza, eccellenti accoppiamenti meccanici registrabili, correzioni manuali, cerchi orari, parti elettriche (non necessariamente elettroniche) robuste e semplici da manutenere e/o riparare. E sono valide oggi tanto quanto lo erano quando sono state prodotte.

Ti faccio un esempio.

Immagina chi, a metà degli anni 90, si è preso, p.e., un rifrattore apocromatico Astro-Physics 180 f/9 su una 1200 QMD. Sono passati 25 anni. Ma non è affatto impossibile che abbia mantenuto lo stesso strumento e la stessa montatura, con cui ha potuto fare osservazioni di altissimo livello per un quarto di secolo. Pensaci: ancora oggi un setup del genere è assolutamente attuale; e, di nuovo, di primissimo livello.

Pensi che sarebbe così se, invece, si fosse dedicato alla fotografia? Non credo proprio.

Intanto lo strumento sarebbe stato cambiato con uno a rapporto focale inferiore, un EDF f/7 quando si è reso disponibile (resto in casa Astro-Physics per coerenza — il principio è valido ovunque). Ti lascio calcolare l’esborso del cambio che avrebbe reso estremamente felice il commerciante che, magari, avrebbe ripreso indietro il “vecchio” f/9 (possibilmente sottovalutandolo).

Poi, facilmente, ai 1260 mm di focale dell’EDF si sarebbe affiancato uno strumento a focale più corta e più veloce — al netto di riduttori di focale, lavori a fuoco diretto: non puoi andare su e giù con gli ingrandimenti usando gli oculari come in visuale. Quindi, un secondo strumento a focale inferiore. Penso ad un Petzval sui 3-4″. O magari un sistema Fastar. O magari entrambi. E perché non magari anche un Ritchey-Chretien da installare in un osservatorio robotizzato in qualche località montana e comandato in remoto…?!

Mi segui? Li vedi come brillano gli occhi del commerciante (e quelli delle case costruttrici)?  Ed è solo l’inizio.

In fotografia, infatti, il telescopio è la parte meno importante di tutto il setup.

La “vecchia” QMD, alla prima occasione avrà lasciato senz’altro il posto alla SMD, con motori Servo invece che Step (…per contro, in visuale i “vetusti” Synchro vanno ancora una meraviglia…). E poi, sempre alla prima occasione, la SMD sarà stata aggiornata a GTO (magari perdendo anche i Cerchi di Coordinate, che gli astrofili oggi, armati di pulsantiere GoTo, non sanno più neanche usare). E poi la prima centralina elettronica GTO1, che alla sua introduzione era un “must“, ha senz’altro lasciato il posto (svenduta o lasciata, priva di valore, in un cassetto) alla GTO2; e quest’ultima alla GTO3; e poi quest’ultima alla GTO4, attuale oggetto del desiderio… che subirà ovviamente la medesima sorte non appena la GTO5 sarà all’orizzonte…!

Questa costante tendenza all’obsolescenza dell’equipaggiamento diventa ancora più sfrenata se si passa ad esaminare l’altro anello fondamentale della catena dell’Imaging, ossia la (o le) camera/e di ripresa.

Non stiamo qui a ripercorrere le centinaia e centinaia di camere CCD o CMOS (reflex o specializzate) che l’entusiasta imager si sarà visto proporre in questi 25 anni, e la dozzina o più che avrà cambiato nella corsa asintotica al modello migliore… Come pure tralasciamo tutta la “necessaria” attrezzatura di contorno, dal minimo anello millimetrico per distanziare adeguatamente uno spianatore, agli ausili elettronici per calibrare la messa a fuoco al variare della temperatura, alle attrezzature informatiche, etc. etc. etc. Parliamo di una serie sterminata di articoli che riempie per pagine e pagine e pagine i cataloghi delle case costruttrici, i siti web dei distributori, e le riviste di settore…

In tutto ciò, il nostro emarginato visualista avrà al più cambiato il suo set di ortoscopici, se per caso ne aveva presi di base, e/o preso un visore binoculare adeguato, se non ne era ancora in possesso.

E’ ovvio che, dal punto di vista delle case costruttrici, il nostro entusiasta Imager è una miniera d’oro; il più tranquillo Observer una specie da tenere a bada; e di cui limitare al massimo la proliferazione…!

Quindi, se un imprenditore dovesse decidere su quale delle due tipologie di strumenti investire, è ovvio che la risposta non potrebbe essere che sull’Imaging. Da qui a determinare quali sono gli strumenti che vengono prodotti ed offerti sul mercato, il passo è immediato.

Potremmo entrare ancora nel merito, ma direi che ad ampie spanne la questione commerciale è chiara.

Veniamo a quelli che ho chiamato “fattori psicologici” — che questa volta attengono primieramente alle genti astrofile; quindi, se vuoi, alla domanda, e non già all’offerta. Per quanto, considerando quanto diseducativa è la cosiddetta “informazione” oggi — più che altro siamo costantemente bombardati da meri “infomercials” che molto poco o francamente nulla hanno a che vedere con la diffusione della conoscenza — risulta difficile trovare una soluzione di continuità (se ce n’è una) e dire quale delle due determina l’altra.

Comunque, primo aspetto psicologico che non posso non citare è la pigrizia. Proprio Pigrizia con la lettera maiuscola. Fisica, ancor prima che mentale.

E’ affermazione che dispiace fare e che risulterà impopolare (…amen…) ma, in decenni e decenni, sono poche le attività in cui ho incontrato persone più pigre degli astrofili odierni. E non parlo solo dell’Armchair Astronomy — l’attività di gran lunga più in voga —  da svolgersi chattando davanti allo schermo del computer, il telescopio rigorosamente tenuto bel distante (se non addirittura chiuso nella sua custodia).

Mi riferisco proprio agli astrofili che il telescopio lo usano.

Sentire dal vivo, o leggere sui fora, che, p.e., un rifrattore oltre il metro di lunghezza (!) risulta difficile da gestire, oppure che strumenti che approssimano i 10 kg di peso escono dall’infame categoria del grab’n’go, è cosa che fa letteralmente cadere le braccia…!

Ogni volta che sento qualcosa del genere, sinceramente non posso esimermi dal commentare “Ma, scusa, e quando vai a sciare?”; “E se fai windsurf”…?!”; “O se usi un kayak al mare o su un lago…?!” “E allora un violoncellista?”; “O un contrabbassista…?!” Ma cosa sono quelli, Supereroi della Marvel…?!?!  Oppure hanno una Bat-Mobile…?!

E se poi lo strumento è troppo grande o pesa troppo per portarlo fuori in terrazzo in una volta sola, Signore Iddio, farai due viaggi, mio caro; o tre; o quattro; o quelli che servono…! Si tratta di dieci metri dal salone al balcone: non è un attraversamento della Tundra in Inverno, o andare su e giù per il Negev con gli F-16 che ti passano sopra a bassa quota… Insomma, non trattasi di eroica impresa, ma di mero spostamento di equipaggiamento che prenderà cinque minuti invece di trenta secondi. L’Universo ne sarà forse profondamente scosso, ma alla fine sopravviverà, no…?!

E bada, dico questo sia pensando agli Imagers che guardano con incredula disapprovazione quanti p.e. fanno osservazione planetaria con rifrattori per quanto possibile lunghi e grandi, mentre basterebbe uno SCT lungo due o tre palmi, collegato ad una telecamera, per fare del lucky-imaging che restituisce immagini altrettanto (se non più) dettagliate di un pianeta (…ma su questo vorrei tornare ad elaborare più tardi…)… sia pensando a quegli Observers che difendono a spada tratta il loro comodissimo Apo ultracorto (strappato a viva forza dall’uso fotografico), cercando di convincersi che “tanto è uguale”… Quando, con un minimo di sforzo e di impegno in più, utilizzando strumenti più lunghi, più grandi e senz’altro meno comodi (ma ancora gestibili senza ricorrere a superpoteri mutanti!), potrebbero godere di risultati ed esperienze osservative sensibilmente migliori.

Che dirti? Amen, appunto.

5) Noto spesso e volentieri una carenza di reale interesse verso questa passione, i ragazzi che mi scrivono per avere consigli, non amano più leggere, partecipare ai circoli associativi, compiere studi amatoriale. In realtà vogliono subito ottenere dei risultati  che siano “d’immediata socializzazione” come se il fine primario fosse solo apparire e non essere. Hai avuto anche tu la stessa impressione?

                                             

L’ aspetto che rilevo e che volevo sottolineare — e qui temo che il fattore di impopolarità arriverà alle stelle… pazienza, sopravviveremo — è un forte esibizionismo, che affiora assai malcelato sotto il manto di una presunta insopprimibile necessità di condivisione.

Fammi spiegare. Internet, il Web, l’e-mail, i Social sono una risorsa fantastica. Ma utilizzare un mezzo fantastico, non è che automaticamente rende fantastiche le cose che ci si fanno… Piuttosto, vista la facilità di costante comunicazione che abbiamo oggi, tende ad essere il contrario.

Pensa agli anni 80; come pure alla prima metà degli anni 90. Quanto era difficile entrare in contatto. Tutto via telefono (spesso fisso), fax. Spesso corrispondenza cartacea. L’e-mail e il Web erano agli inizi.

Bene, quando si entrava in contatto tra astrofili, o con professionisti, lo si faceva per reale necessità, perché si chiedeva una mano, c’erano problemi da risolvere, s’era rotta una montatura e ti mancava un pezzo o non sapevi fare un cablaggio, era finito il forming-gas per l’ipersensibilizzazione e cercavi qualcuno che ne avesse un po’, idem per le pellicole; idem per altre attrezzature che in Italia erano introvabili.

Oppure si cercava qualcuno con cui condividere osservazioni, qualcuno a cui passare la staffetta (o da cui prenderla) p.e. in una survey planetaria, qualcuno che condividesse viaggio ed attrezzature per andare a seguire una cometa… posso continuare, ma credo l’idea sia chiara.

Magari avessimo avuto allora lo smartphone con WA, FB, i fora

Oggi tutte queste cose ci stanno, ma l’uso che se ne fa, alla fine, solo in una minima (ma davvero minima) parte è in linea con le necessità di cui sopra. La stragrande maggioranza del traffico dati è piuttosto monopolizzata da una corsa allo show-off, al mostrare che io ho lo strumento più grande, quello da status-symbol, quello “di moda”, o appena uscito sul mercato… E’ tutto un fiorire di centinaia di migliaia di foto di astrofili appoggiati al loro trofeo, neanche fossero cacciatori che hanno infamemente abbattuto un leone durante un safari…

Vatti a riguardare i vecchi numeri di Sky & Telescope, o The Sky, come pure le riviste Italiane dell’epoca… vedi foto di oggetti stellari. A volte, raramente, foto di strumenti. Quasi mai foto di persone con gli strumenti. Se ci sono, è perché li stanno usando, quegli strumenti; o li stanno mettendo a punto. Non perché ci si stanno pavoneggiando.

Ecco, dispiace davvero dirlo, ma la stragrande maggioranza dell’imaging oggi viene utilizzato per la medesima finalità: condivisione sui Social, corsa ai like, richiesta di complimenti sui fora. E lì finisce. I progetti seri — e con le attrezzature di oggi l’Astrofilo può davvero rivaleggiare con l’Astronomo Professionista ed affiancarlo — sono rari; rarissimi. Le survey, le mappature atmosferiche, etc. esistono e resistono, ringraziando Iddio. Ma parliamo di una minoranza davvero esigua degli astrofili (penso p.e. al lavoro di Tiziano Olivetti, per non citarne che uno).

La quasi totalità delle energie sono invece spese a circolare a decimillionesima foto di M42, M45, M31, M8… la lista dei Messier la conosciamo. E qualche NGC. Per poter dire cosa? L’ho fatta anch’io. Bene, bravo. Mettila sulla tua pagina Facebook che ti facciamo l’applauso, e ti diamo i like. E che ti siano di conforto per le lunghe ore che hai passato davanti allo schermo del computer mentre invece potevi stare sotto il cielo, magari invitando un paio di amici ad avere un’esperienza osservativa condivisa.

Le attrezzature fotografiche permettono proprio questo: condividere sulla mia pagina Facebook o sul forum di mia scelta, un’immagine che sarà vista da migliaia e migliaia e migliaia di persone che, se la foto è decente (ma spesso anche no) me ne daranno plauso. E la corsa all’ultima modernissima attrezzatura non fa altro che dare ulteriore valore la mia immagine (che altrimenti ne sarebbe priva) — perché tutti verranno a vederla, non già per il soggetto che mostra (che conoscono a memoria), ma prima di tutto per lo strumento (o la catena di attrezzature) utilizzato per produrla.

L’osservazione visuale è invece esattamente all’opposto — è un’esperienza che può solo essere condivisa, in quel preciso luogo e momento, con chi è presente. E’ “live“, non “recorded“. Certo, la posso raccontare. Come ti posso raccontare cosa provavo quando stavo sotto un bombardamento, o naufrago in mezzo al mare, o avevo appena scalato il K2. Te lo posso provare a dire. Ma scrivere “paura”, “solitudine”, “immensità”, a te che in quel momento starai forse in poltrona davanti ad una tazza di caffè, magari facendo progetti per il Venerdì sera, non ha davvero nulla a che vedere col provarle quella paura, quella solitudine, quella sensazione di immensità…

Come vedi, è un’esperienza che non strappa il like. La sua narrazione, casomai lo può fare. Ma è come farmi un complimento perché t’ho detto la ricetta della cena che preparerò stasera… Per farmi i complimenti veri, casomai, dovresti stare con me in cucina; e poi con me a tavola.

L’osservatore visuale la sua soddisfazione l’ha già avuta proprio nel momento in cui ha avuto l’esperienza osservativa; quella immensa gratificazione, di quando metti l’occhio all’oculare e metti a fuoco, che ti fa dimenticare tutta la fatica che hai fatto a smontare, trasportare, rimontare uno strumento che magari è grande, pesante e scomodo. Ma, di nuovo, non appena sei all’oculare e l’oggetto visivo è a fuoco, passa tutto, svanisce tutto; e la magia inizia.

Ovvio, un plauso ricevuto dopo un report può fare piacere. Ma rimane un di più. Assolutamente non la parte essenziale dell’esperienza osservativa.

 

Quindi, per tirare le fila, diciamo che l’osservatore visuale ha un’esperienza di bellezza, di immensità, di silenzio, di profumi e rumori notturni, di Meteore che passano mentre osservi altro, etc. etc. etc. che, in effetti, può essere davvero condivisa solo coi pochi che sono presenti. Qualcosa del genere, di like, su FB o altrove, ne tira sù assai pochi. O, comunque, infinitamente meno di quanto detta esperienza meriterebbe, fosse stata vissuta in prima persona. L’audience, in fondo, è limitata ai soli presenti.

L’imager, pur se nell’immediato ha un’esperienza spesso solitaria e frustrante (a meno che uno non goda intimamente nel fare scatti ripetuti, riprendere darks, subs e quant’altro), poi ottiene un’audience sui social virtualmente sterminata. Il succo della sua notte osservativa — o magari quella del suo telescopio, che ha funzionato in automatico mentre lui quella notte dormiva — è tutto là: l’audience.

Alle case costruttrici, quell’audience dell’imager fa fatturato importante.

La condivisione esperienziale privata del piccolo gruppo di osservatori, invece, fa rumore di fondo.

6)         Che consigli vorresti dare ai giovani che si accostano all’astronomia amatoriale?

Che, se seguono le riviste di settore e le attuali mode ipertecnologiche, si perdono invariabilmente la parte più bella dell’esperienza Astronomica.

Bada, non mi fraintendere: con la tecnologia applicata all’astronomia si fanno ovviamente meraviglie. Ma parlo di attività inserita in un programma di ricerca. Altrimenti si ricade in quell’attività autocelebrativa di nullo spessore di cui sopra. Che, per carità, non è vietata da nessuno e permane assolutamente legittima; però poi bisogna avere il coraggio di chiamare le cose col proprio nome.

Voglio dire, una cosa è fare Astronomia (possibilmente con la A maiuscola). Altra è circondarsi di gadget astronomici (e lì l’astronomia diventa a lettera minuscola) per sentirsi belli e promuoversi come tali. A quel punto, qualunque altra attività va bene come passatempo o celebrazione personale.

Guarda, per dirne una, io ho perso il conto delle persone che negli anni mi hanno contattato (o chiesto de visu) che telescopio consigliargli. E quando, ovviamente, gli ho chiesto “per fare cosa”, m’hanno risposto che gli piaceva vederlo muoversi da solo quando loro davano i comandi al computer o, meglio, allo smartphone…! E volevano farlo vedere agli ospiti la sera, prima e dopo cena…!!! Una combinazione di tasti, ed ecco la Luna. Pochi secondi, ed ora Giove. Ancora pochi secondi, e guarda quella è la Nebulosa di Orione. Ancora un attimo, e quella è la Galassia di Andromeda. E ora passiamo a tavola ché sennò si fredda; e poi ti faccio vedere le foto “di come sono quelle cose”. Ma andiamo, su…

L’Astronomia amatoriale oggi spesso è anche questo. Ed è una concezione totalmente in linea con il sentire ed il vivere sociale.

Ma, senza arrivare a questo caso parossistico — peraltro, ahimé, diffusissimo –, c’è una buona ragione per cui direi ad un novizio, giovane o meno giovane che sia, che così facendo, seguendo queste mode, si perde il meglio.

Ti faccio un esempio che spero chiarirà la questione.

Immagina se io ti invitassi a vedere “il Lago dei Cigni”. Parlo del balletto di Čajkovskij, non di uno specchio d’acqua. Anche se poi l’esempio permane egualmente valido nell’ambiente lacustre.

Bene, immagina che ci diamo appuntamento; caffè al volo e via al Teatro dell’Opera. Qui giunti ammiriamo la maestosità del Teatro, le atmosfere, i colori, gli arredi (anche vetusti), etc. Finalmente, prendiamo posto nel nostro bel palco. Luci che si abbassano, rumori sommessi, l’orchestra che accorda gli strumenti… e il balletto comincia. Non entro nel merito del balletto. Quello che mi preme sottolineare è la globalità dell’esperienza dal vivo che fa sì che, anche se sei un pezzo di legno tagliato a forza con l’accetta, ti entra dentro e ti emoziona profondamente. Sono momenti di grande ed indescrivibile bellezza che fanno sì che, anche gli individui più ruvidi ed apparentemente meno ricettivi, stiano lì minuto dopo minuto sempre più rapiti. E alla fine magari anche con gli occhi lucidi. In tutto ciò, un binocolo da teatro, è tutta la “strumentazione tecnologica” che ti occorre; e a volte è anche troppo, come quando ti vai a concentrare su un’espressione, cosa che però ti fa perdere il balletto d’insieme. Ma questa è un’altra storia.

Di nuovo, quello su cui vorrei farti riflettere è la ricca complessità di ciò che hai davanti o, piuttosto, in cui ti trovi immerso. Fatta di strumenti le cui note echeggiano e si smorzano sui velluti dell’ambiente circostante, di fruscii dei costumi che accompagnano armonicamente la danza; anche di colpi di tosse trattenuti e sommessi; anche di palco che risuona sordo sotto i movimenti dei ballerini… Non è tutto analiticamente ineccepibile, se vuoi; ma è l’insieme che rende perfetto, irripetibile, unico, quel momento; che rende viva quell’esperienza. E che commuove per la sua reale autentica bellezza.

Bene: ti fermo mentre sei così, sorridente, annuente e, forse, un po’ emozionato. Ed azzero tutto.

Immagina adesso se io ti invitassi a vedere “il Lago dei Cigni”… Di nuovo, ci diamo appuntamento; caffè al volo, ti faccio salire in auto e… ti porto a casa. Tu prendi un’espressione un po’ attonita mentre io sghignazzo sornione, perché so esattamente che tu non hai idea dell’alto valore di quello che sto per farti vedere… Ma perché quella faccia…?! Ma che pensavi davvero di andare al Teatro dell’Opera…?! Ma che scherzi…?!?! No, no, caro mio. Te lo faccio vedere io il “vero” Lago dei Cigni. Perché, vedi, sono giorni e giorni che, durante le prove, ho posizionato tutta una serie di apparecchiature di ultima generazione — guarda ho qui una pagina con la loro lista e tutte le specifiche tecniche… guarda che roba… il meglio sul mercato… a parte questa che tra due mesi esce il modello nuovo, allora la vado a cambiare e vedrai poi che ti “sforno“… Ah, guarda queste foto: sono io accanto ad ognuna di esse… visto che belle eh…?! Comunque, ti dicevo, ho posizionato tutta una serie di apparecchiature sofisticate ed ho ripreso immagini ad alta risoluzione; contemporaneamente facevo filmati, sai? Poi il suono è catturato perfettamente con microfoni ultimissima generazione messi dappertutto davanti, dietro ed in mezzo all’orchestra… E poi ho elaborato tutto per giorni e giorni… li hai visti i miei computer di là, sì? Hai visto che roba, eh…?! Notte e giorno girano per dare questi risultati… Ma che ti sto a dire: vieni a vedere coi tuoi occhi. Guarda queste foto; guarda la risoluzione sui visi. Le vedi le espressioni come si vedono bene…?! Hai visto le sopracciglia che dettaglio…?! Adesso però mettiti anche le cuffie. Senti che suono…?! E guarda il video, contemporaneamente. In 8K l’ho girato. Hai visto che schermo…?! 72” in 8K e noi ci stiamo proprio davanti comodamente seduti sul divano… Bello il divano, eh…?!  Anche le tasche poggia-cellulare c’ho messo… Altro che stare sul palco con quelle scomode sedie, e devi pure spegnere il telefono, così non vedo se qualcuno m’ha taggato su Facebook… Beh…?! Che te ne stai così in silenzio…?! Sei rimasto senza fiato, eh…?! Ho fatto una bella cosa eh…?!  Dai, ammettilo: foto fantastiche; il suono… mancheranno quelle armoniche che hai dal vivo (che poi, dai, sono sempre sporche) ma hai visto che risposta in frequenza…?! Guarda qui il monitor che dice… guarda che curva…! E poi il video… ma dai… 8K… è meglio che dal vivo… e ti cambio angolazione come voglio, tanto ne ho girati tanti; stai mica lì a doverti vedere il tutto solo da un lato. Eh…?!?! Bello eh…!!! Altro che Teatro dell’Opera: questo è il vero Lago dei Cigni, come non te l’ha mai fatto vedere nessuno…! Allora…?! Che dici, ce lo vediamo un pezzo di questo filmato…?!?!

 

Vedo che nel frattempo ti sei ammutolito. Ne converrai che scendono le lacrime anche qui, … casomai più lacrime amare di profondo sconforto piuttosto che dolci lacrime di commozione. Concordi…?!

Mi preme quindi farti presente — e qui mi riallaccio a quanto avevo lasciato in sospeso in precedenza — che questo è esattamente quanto accade quando, p.e. in ambito di osservazione planetaria,  mentre tu stai cercando di rendere partecipe qualcuno di quanto è stato bello stare una serata sotto le Stelle, metti con un classico rifrattore 6″ f/15, e spendere ore ed ore ad osservare l’atmosfera di Giove che si trasforma mentre stai immerso nella Natura e circondato casomai dalle lucciole, e puntuale arriva l’astroimager di belle speranze che ti tira fuori l’ultima elaborazione al computer del “suo” Giove ripreso dal balcone di casa a centro città col suo pratico ed economico Schmidt-Cassegrain (o Maksutov, o Newton che sia), e ti deride perché lui vede meglio con meno fatica e spendendo X volte di meno… Cosa che, ritornando all’esempio di cui sopra, è equivalente a chi ti viene accanto, mentre stai facendo la fila per entrare al Teatro dell’Opera, e a colpi di foto hi-res e registrazioni hi-fi (rigorosamente da fruirsi sul suo smartphone), ti deride perché stai perdendo tempo e denaro ad andare a “vedere” il Lago dei Cigni, perché il “suo” è meglio…

 

Hai notato, tra l’altro, che anche quando spendo l’intera notte ad osservarlo, Giove non diventa mai “mio”…?!?!

Va bene, va’: azzeriamo tutto di nuovo e tiriamo le somme?

Ecco, ai giovani, ai meno giovani, a quanti si avvicinano all’Astronomia, a quanti già la fanno, direi di riflettere proprio su questi due esempi. E, in silenzio, dirsi quali delle due serate amerebbero vivere (…e ri-vivere più volte…); quale rimarrebbe come piacevole ricordo impresso per sempre nella memoria. E, riandando con la mente a quali delle due, il viso si allargherebbe in un sorriso.

E decidere di conseguenza quale approccio preferiscono perseguire.

 

7)        E alle aziende di settore?

Che fanno grandissima disinformazione ed un pessimo utilizzo dei canali e della forza persuasiva che hanno a disposizione.

Ovvio che questo accade non perché le aziende di settore sono una promanazione demoniaca, ma piuttosto perché sono perfettamente allineate con le odierne filosofie di mercato. Quindi cercano il profitto a qualunque costo. Profitto rapido; generato da clienti visti come limoni da spremere; appassionati in cui indurre bisogni su bisogni assolutamente inessenziali, finché la passione non finisce per essere null’altro che un incessante accaparramento di strumenti su strumenti che dovrebbero essere meramente funzionali ad un fine, che è però diventato, lui, sfumato come un orizzonte asintotico.

Un po’ come quando il telefono, che doveva essere un mezzo privilegiato per parlare con un amico distante ed accordarci sul quando e come ci saremmo incontrati, diventa invece un florilegio di gadget (molti dei quali assolutamente fini a sé stessi) che ci spingono verso un triste solipsismo, favorito dall’incessante contatto virtuale con persone con cui interagiamo a colpi di like, e che presumibilmente non incontreremo mai.

E tutto questo va avanti finché quella passione non finisce per essere bruciata dai quei medesimi bisogni inessenziali. E allora, naturalmente, “si cambia hobby” — tanto l’Astronomia oggi questo è diventata: un passatempo, al pari di altri, per persone annoiate dalla loro vita —  e si ricomincia da zero a comprare, comprare, comprare qualcos’altro in un altro dominio che mi faccia sentire meglio, e accettato altrove…

E non mi venire a dire neanche che le aziende, in fondo, non fanno altro che rispondere a bisogni, ad istanze che vengono loro portate dagli utenti finali. Questo, per glissare su un dominio complanare, è il medesimo alibi che i politici odierni, in qualunque nazione, utilizzano per giustificare le loro azioni di governo.

Anche lì il principio è il medesimo: cercare l’immediato consenso a colpi di sondaggi, senza mai porsi il problema di cosa sarebbe effettivamente utile alla società non già oggi pomeriggio, ma tra dieci o vent’anni o trent’anni.

Ecco, si è persa totalmente la dimensione dello Statista, di chi ha una visione d’insieme e di medio e lungo termine per il progresso di tutti, come di ognuno. Anche se questo significa essere impopolari oggi; anche se questo significa mettersi lì a spiegare perché sono p.e. necessari sacrifici nell’immediato, per poi poter arrivare a questo e quest’altro.

La faccio brevissima e la finisco qua, ché il discorso è ovviamente lungo e complesso. Ma, ecco, le aziende oggi sono così: come politici a caccia del facile consenso. Dovrebbero invece, a mio modo di vedere, essere più Statisti.

Facile a dirsi, ti rimanda l’AD che mira al profitto nel Q1…! Beh, ovvio che è un passaggio che richiede soprattutto voglia di educare; e tempo ed investimenti per farlo (che però, a volerlo, si trovano). Quindi: che le aziende di settore fanno grandissima disinformazione ed un pessimo utilizzo dei canali e della forza persuasiva che hanno a disposizione, te l’ho già detto…?!?!  Assolutamente confermo.

 

8)         Sono finiti i tempi di Marco Falorni? Pensi sia possibile, in qualche modo, riavvicinare gli astrofili all’osservazione visuale?

Mah, guarda, no: a mio parere non sono finiti. 

Ovvio che negli anni in cui Marco era riferimento nazionale per le osservazioni planetarie, il clima sociale e le possibilità tecniche erano totalmente diverse. E non penso solo all’immancabile necessità di spirito pionieristico, spirito che allora era un valore; mentre oggi lo sono la comodità, il massimo risultato col minimo sforzo, l’immediato controllo di tutto a portata di mano con massima (presunta) soddisfazione al mero schioccare delle dita, et similia.  Penso anche che l’alternativa tecnica non esisteva. Voglio dire che la fotografia planetaria, limitata all’uso di pellicola e a relativamente lunghe pose, offriva risultati che erano enormemente inferiori a quelli dell’osservazione visuale. Quindi, se vuoi, l’alta risoluzione planetaria all’epoca era solo ed unicamente visuale.

 

Oggi è chiaramente l’opposto grazie, di nuovo ai progressi tecnologici. Con telecamere sensibili che permettono pose di frazioni di secondo riesci a congelare il seeing come prima era inimmaginabile e, quindi, isolare solo quel centinaio di fotogrammi buoni in un filmato che ne ha decine di migliaia da buttare. E che butti senza pietà, tanto sono bit a costo zero. E poi le possibilità di multi-stacking digitale che ti consentono un incremento enorme del rapporto segnale/disturbo di detti fotogrammi… Se ripenso alle acrobazie che bisognava fare in camera oscura per compositare anche solo tre fotogrammi su pellicola, viene da sorridere…

 

Poi, noi lì dopo la compositazione ci fermavamo. Sì, sceglievi i liquidi, la carta; mascheravi muovendo sapientemente le mani sotto l’ingranditore… di nuovo, viene da sorridere. Ma è stato bello, passare tempo in camera oscura con un amico a riandare col pensiero alla serata precedente; e pianificare la successiva.

Oggi non è più così. Prendi il risultato del multi-stacking e lo passi al computer, software dopo software, routine dopo routine, finché non vengono fuori dettagli inimmaginabili. Dettagli nascosti, secondo molti; ma anche artefatti, secondo altri (me incluso).

Insomma, senza entrare nello specifico, altrimenti qui invece di fare notte facciamo mattina… Hai voglia a dire che sto utilizzando quelle routines per abbattere gli effetti distruttivi della turbolenza atmosferica… Se io passassi sul viso di una modella, anche ripresa a distanza attraverso una corrente d’aria calda ascensionale (basta pensare al tetto di un’auto sotto al Sole) un decimo dei trattamenti digitali che si utilizzano in ripresa planetaria, ne verrebbe fuori una pelle talmente grinzosa e segnata così profondamente dalle rughe che la foto — e giustamente — sarebbe da considerare “falsa” e “da buttare”. Per tacer del fatto che la modella mi farebbe causa (e a ragione)!

Comunque, senza andare oltre, se vuoi, le stesse enormi possibilità tecniche di elaborazione (planetaria, p.e.) e le necessarie apparecchiature per farne uso, possono finire per distogliere molti dall’astroimaging e, paradossalmente, spingerli di nuovo verso l’osservazione.

Tieni ben presenti tutte le spasmodiche evoluzioni tecnologiche in termini di attrezzatura che abbiamo evidenziato sopra parlando di fotografia; e, di contro, quanto è scarno, immediato e durevole nel tempo l’equipaggiamento per l’osservazione visuale.

Considerando poi che, con telescopi planetari fatti bene, il dettaglio in visuale è pressoché identico a quello di elaborazioni non esasperate; quindi assolutamente di valore. Per tacer del fatto che è immediato, senza necessità e/o tempo di elaborazione, e che, in visuale hi-res, i pianeti sono sfere tridimensionali che vedi girare davanti al tuo naso e non già piatte icone colorate sullo schermo del tuo computer. Che, se mi permetti, costituisce esperienza un tantinello diversa e assai più affascinante (anche se, come si diceva prima, di like su Facebook o di plausi sui fora ne tira su pochi).

 

9)      Ultima domanda, ma non meno interessante, almeno per un binomane come me: utilizzi i binocoli per le tue osservazioni?

 

Altro che…!

Intanto, in osservazione planetaria, credo siano vent’anni che, test a parte non utilizzo altro che il visore binoculare. Sì, lo so che non è proprio come utilizzare un binocolo con due obiettivi separati, ma i vantaggi in alta risoluzione di utilizzare  uno strumento più grande col visore, rispetto ad avere due telescopi più piccoli affiancati in forma di binoscopio, sono talmente evidenti che non te li sto neanche ad enumerare. A meno che non miri davvero a vedere l’alba.

 

Per quanto riguarda il profondo cielo è invece l’opposto. Intanto, sdraiati su una coperta in mezzo al prato, anche un semplice binocoletto tascabile da teatro fa meraviglie. Ne ho una piccola collezione ma senz’altro il mio preferito è un 2.3×40 di fabbricazione Russa. Una cosa che ti sta in tasca ma aumenta la tua capacità visiva di raccolta luce di 40 volte. Per tacer del (seppur minimo) ingrandimento. Certo, perdi la visione totale del cielo. Ma quei 25-30 gradi che inquadra te li fa vedere assai meglio che ad occhio nudo. E metterlo e toglierlo da davanti al naso è questione di un attimo.

Poi tutta un’altra piccola serie dai classici 8×30 e 7×50, fino ad arrivare su ad un 30×60 ed un 20×70. In generale, però, il mio preferito rimane un vecchio Russo 12×40 che è fatto davvero bene. Dovessi scegliere tra tutti uno da portarmi su un’isola deserta, sarebbe lui.

In ultimo, non posso non menzionare che ho quasi terminato la costruzione di un binocolo (o binoscopio, se vuoi) custom da 150, che superasse tutte le limitazioni dei (pochi) commerciali. Si tratta, ovviamente, di illuminare completamente gli oculari da 2″. Per questo ho utilizzato due acromatici 150/900 ed aggiunto posteriormente un treno di tre prismi Zeiss da 3″ e 2″. Si tratta di uno strumento a totale vocazione deep a bassi ingrandimenti che funziona con una coppia di Panoptics 35mm (26x @ 6pu) e con una coppia di Nagler T2 20mm a 45x. Cioè, ovviamente funziona con qualunque coppia di oculari da 2″ che non abbia misure meccaniche superiori ai due summenzionati (ossia il 99% dei 2″). Però a me piacciono molto quei due. Sto davvero a filo con l’interpupillare, ma va bene così. Sì potrei tornire il profilo del barilotto e stare un po’ più comodo ma, in fondo, cui prodest?

A dirla tutta, avevo anche fatto tutti i calcoli per un bino 200/1200 ma, a fronte di una maggiore penetrazione, perdo metà del campo visivo che, in pratica, si restringe un po’ troppo per quello che mi interessa osservare. Per tacer del fatto che il gruppo binoculare comincia a pesare quanto un essere umano, e ti risparmio i pesi della forcella…!

Quindi, per ora 150. Poi, quando la nuova Refractorland sarà terminata, vedremo se mettere in cantiere anche un binoscopio deep da 8″ in postazione fissa su apposita piazzola. Per ora, credimi, abbiamo già abbastanza da fare!

 

 

Piergiovanni Salimbeni Piergiovanni Salimbeni (527 Posts)

Piergiovanni Salimbeni: Lavora in qualità di Opinion leader nel settore ottico sportivo da quindici anni. E' l'autore e fondatore di Binomania.


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