Zomz 30×90, il gigante russo sconosciuto

Il binocolo che andremo ad analizzare è un oggetto, per alcune sue peculiarità, interessante e particolare.

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Innanzi tutto non se ne trova altra traccia in rete, contrariamente a una versione a 45°, simile ma non troppo e sempre dello stesso produttore, anche se in quel caso marchiata Kronos ( questa già recensita sempre per Binomania da Piergiovanni Salimbeni ).

Probabilmente la crisi che ha colpito l’industria ottica ex sovietica, dopo la caduta del regime comunista, e quindi della perdita della caratteristica di industria di stato, ha fatto si che alcuni modelli di binocolo finissero nell’oblio, vedendone troncata la produzione, allora agli inizi, già pochi anni dopo questi fatti.

Poi il grande formato, che con il forte ingrandimento lo rende adatto ad osservazioni anch’esse molto particolari, tipo il controllo faunistico da capanni o altane, o l’osservazione del panorama da grandi distanze e in spazzi aperti, il grande diametro delle lenti ( unitamente allo schema ottico ) garantirà comunque l’utilizzo in un ampio lasso di tempo durante la giornata, senza patire troppi problemi di luminosità.

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Ma veniamo in dettaglio all’aspetto del protagonista dell’articolo: lo Zomz 30×90.

Il binocolo, concepito probabilmente per un uso militare, veniva venduto contenuto in una cassetta in legno lucidato, foderata di panno verde come se fosse un tavolo da gioco o da biliardo.

Dentro vi si trova un binocolo massiccio, con messa a fuoco sui singoli oculari, e dalla linee essenziali e senza troppi fronzoli, dall’aspetto un po’ retrò e ancora quasi direi. sovietico, nonostante l’esemplare in mio possesso sia già datato 1999; ben evidenti i due tamburi mobili che contengono i prismi di Porro II; unico vezzo estetico un carter in plastica che serve a coprire la struttura metallica fissa che unisce i due tubi ottici.

Il corpo del binocolo è rivestito quasi interamente di vernice nera liscia e il colore delle lenti è violaceo, simile al coated delle lenti Zeiss Jena della serie Nobilem, anche se poi come vedremo la resa cromatica è molto differente.

Spicca sul binocolo una comoda maniglia fissa, rivestita in una specie di simil pelle, che facilita il montaggio su un treppiede fotografico, da questo punto di vista va detto che il binocolo ha in dotazione un tripode da tavolo con una testa snodata, attaccato al proprio corpo con 3 normali viti, quindi non troppo velocemente smontabile, ma che una volta rimosso svela al di sotto un foro filettato da ¼ di pollice che lo rende posizionabile su una testa video, tramite però un distanziale, tipo gli adattatori per binocolo Pentax UCF per capirci.

Venendo alla parte ottica, che è poi la cosa che ci interessa maggiormente, essa svela ancor di più l’impronta “made in Urss” di questo prodotto: una caratteristica ottica gialla, con ottima nitidezza ( anche se non delle più taglienti ) ben distribuita su tutto il campo visivo, grande luminosità e buon contrasto, naturalmente la fedeltà dei colori è falsata dal giallo dei vetri ottici utilizzati, che donano come sempre alla scena una dominante molto calda, a cui tutta via ci si abitua e che risulta piacevole nelle osservazioni in giornate grigie, donando più contrasto alla scena stessa.

La lunghezza relativamente contenuta del binocolo, per non troncare eccessivamente il rapporto focale, fa si che gli obbiettivi si trovino abbastanza vicini al bordo esterno delle celle che li contengono, privandoli così di protezione dalle luci laterali, questo fa si che il binocolo abbia un po’ di sofferenza nei confronti delle luci parassite, manifestando qualche alone luminoso quando ci si trova per esempio ad osservare in prossimità di fonti di luce forte, come naturalmente il sole, pur tuttavia l’ osservazione può sempre avvenire in condizioni quantomeno accettabili.

La focale abbastanza corta, in rapporto all’ingrandimento spinto, fa anche si che lo Zomz manifesti del cromatismo, più accentuato se non si osserva mettendo gli occhi ben in asse con gli oculari, ma devo dire che trattandosi di un binocolo da 30 ingrandimenti il risultato è più che buono, un lieve alone colorato può comparire attorno a soggetti a forte contrasto, soprattutto man mano che ci si sposta dal centro dell’inquadratura, ma mai in quantità tale da arrecare vero disturbo alla gradevolezza della visione.

L’estrazione pupillare del binocolo permette l’uso con gli occhiali, sacrificando una parte del campo inquadrato, meglio se in questo caso si tolgono del tutto i paraluce in gomma degli oculari, facilmente sfilabili, invece di ripiegarli su se stessi come solitamente si fa.

Per testare meglio il binocolo ho voluto provarlo bene sul campo e in varie situazioni, come è consuetudine dei più severi test di Binomania.

Il primo campo di azione, nonché il più semplice da raggiungere, è stato il balcone di casa mia, dove in assenza di vicine procaci da spiare nella loro privacy ( pratica comunque da non fare e che io stigmatizzo ), mi sono dedicato all’osservazione dei pochi sprazzi di panorama montano e boschivo circostante visibili dalla mia postazione, come la Capanna Margherita posta a circa 80km da casa mia sulla cima del Monte Rosa e ben distinguibile come un piccolo quadratino, o coppie di rapaci e stormi di gabbiani, che volteggiano sui boschi dei miei dintorni o sulla purtroppo vicina ex discarica regionale.

Questa dell’osservazione panoramica e faunistica a lungo raggio credo che sia l’attività più indicata per questo strumento; alto ingrandimento ma ancora ragionevolmente immune dall’agitazione dell’aria, buon campo apparente, la capacità di dare contrasto ad “alcuni” soggetti distanti naturalmente sbiaditi dall’atmosfera, il generoso diametro degli obbiettivi, fanno si che questo binocolo sia ideale da usare da un buon punto panoramico, anche in difficili condizioni di luminosità, sia essa dovuta al meteo o al protrarsi dell’osservazione in orari prossimi al tramonto.

Il peso non eccessivo e le dimensioni non troppo ingombranti lo rendono facilmente usabile con una comune testa fluida, senza la necessità di particolari strumenti dalla grande portata, soprattutto se l’osservazione non si discosta esageratamente dalla linea dell’orizzonte ( io ho usato una testa Vanguard PH31, di medio costo, su un cavalletto T1 di RPoptix ).

 

Per un secondo test ho portato il 30×90 nei capanni della oasi Lipu di Brabbia, lo strumento si è dimostrato facilmente trasportabile nella sua cassetta, sui comodi sentieri che uniscono i capanni; buona la visione che mi ha offerto della poca fauna presente sugli stagni, visto il periodo dell’anno infelice; in particolare ho goduto dell’incerta e scivolosa andatura di caccia, sullo specchio d’acqua ghiacciato, di un airone cinerino, belli i dettagli visibili del suo piumaggio.

Nel complesso però non si è rivelato questo un ambiente molto adatto a questo binocolo, la messa a fuoco sui singoli oculari rendono scomoda, anche se non impossibile, la focheggiatura sui soggetti che si muovono a media distanza, mentre nei rari casi in cui il soggetto si avvicini a meno di 15-20 metri la cosa diventa addirittura impossibile.

Un discorso particolare merita poi la difficoltà di questa ottica, in certi frangenti, di avere un nitido micro contrasto, cioè il differenziarsi delle diverse sfumature di un colore, su soggetti come per esempio un canneto o un area boscosa, con conseguente ulteriore difficoltà di scorgere gli animali, già naturalmente mimetizzati, che vi si possono trovare.

E’ questo un problema che avevo riscontrato già in altre ottiche russe dalla dominante gialla, anche sul celebre 15×110: se il colore giallo dei vetri fornisce in molti casi più contrasto alla visione, per esempio in presenza di panorami montani in giornate grigie, finisce invece per appiattire l’immagine, soprattutto su aree verdi e con sottile varietà di colore, peggiorando ulteriormente la resa da questo punto di vista col diminuire della luce.

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L’ultima prova a cui ho voluto sottoporre il binocolone russo è stata nel campo astronomico, dove ,confrontandolo con il Geoptik da 88mm a 90° e il Miyauchi Bj 100 a 45°, ho voluto dare un occhiata al cielo notturno, montandolo su un pantografo Fiorini per attenuare l’ovvia scomodità dell’osservazione astronomica con un binocolo diritto.

Il risultato è stato buono, la luminosità si è dimostrata vicina a quella del Miyauchi con oculari da 26x e superiore a quella del Geoptik, montato sia con oculari da 26 che da 32 ingrandimenti; credo che in questo risultato lo schema ottico diritto e l’uso di prismi di Porro tipo II abbiano giocato un ruolo fondamentale, facilitando notevolmente la trasmissione della luce tra obbiettivi e oculari.

Durante l’osservazione mi è parso buono il contrasto su soggetti a luminosità diffusa come la nebulosa di Orione, e discreta la puntiformità delle stelle un po’ su tutto il campo inquadrato.

Era una serata senza Luna, quindi è mancato questo banco di prova; l’osservazione di Giove non ha regalato particolari emozioni, se non l’apprezzare ulteriormente il buon contenimento del cromatismo da parte del protagonista del test.

Nelle sere successive o puntato ancora lo Zomz sul cielo, questa volta senza altri termini di paragone, e ho potuto così apprezzare una sottile falce di Luna, priva di aloni colorati e con i crateri nitidamente disegnati dal gioco di luci ed ombre del terminatore.

 

A conclusione di tutto cosa dire su questo Zomz 30×90: non è di sicuro uno strumento di cui mi sia pienamente innamorato, sentimento che scatta in me se nel binocolo riscontro almeno un eccellenza in qualche sua caratteristica; bene, lo Zomz non eccelle in nulla, ma fa bene quasi tutto, tanto da renderlo un binocolo sostanzialmente completo per la sua categoria e come già dicevo maggiormente adatto per un uso panoramico e per l’osservazione, in condizioni favorevoli, della fauna a lunga distanza.

Difficilmente tra i binocoli moderni si potrà trovare di meglio, a patto di salire molto con il budget impiegato, anche se, a dire il vero, il fatto che lo strumento in questione sia fuori produzione ed anche relativamente raro ( perlomeno per quanto mi è stato dato di saperne ), rendono molto difficile farne una quotazione comparativa.

Morale della favola: chi ce l’ha se lo tenga.