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Comparativa: Takahashi Mewlon 210 contro Celestron C 9.25

3. TEST DEL TUBO 

targa

Questo esemplare è stato acquistato usato presso un privato, dal numero di serie si evince che l’OTA è un “vecchietto” del 1997, che però si porta bene gli anni sulle spalle. Meccanicamente integro ed in ottime condizioni, pur con leggeri e normali evidenze d’uso, otticamente ha gli specchi in ottime condizioni ad un’ispezione visiva. Il tubo in oggetto ha subito una modifica “invasiva” da parte di un precedente proprietario, ovvero l’inserimento di una ventola di raffreddamento nella culatta. Il lavoro è stato eseguito professionalmente, il foro nella culatta non ha sbavature e la ventola è stata coperta da una griglia esterna a protezione del sistema. E’ presente anche un piccolo foro per l’inserimento dell’alimentazione, anche questo realizzato ad arte. Nonostante la realizzazione professionale, confesso di non aver mai utilizzato tale sistema per accelerare l’acclimatamento, non tanto per i tempi quanto per il fatto che una sola ventolina ad alta velocità, posizionata circa ad ore 8 guardando il tubo dal retro, mi fa venire il sospetto di poter creare un po’ di astigmatismo fino a quando lo specchio non sia omogeneamente in temperatura. Ribadisco comunque trattarsi di mera ipotesi perché non ho mai effettuato prove specifiche in tal senso.

Uno dei segni dell’età di questo tubo consiste nel fatto che non era dotato dell’originale raccordo Takahashi da 2”, ma in questo contesto ho approfittato della situazione per acquistare l’apposito anello (sostitutivo del pezzo mancante) con uscita “SC” che ha comportato per me due grossi vantaggi:

  • primo e più importante, dal momento che sono assiduo utilizzatore di torretta binoculare, accorciando il percorso ottico il più possibile mi distanzio meno dalla focale ideale di progetto;
  • secondo e più comodo, posso utilizzare eventualmente un vasto parco accessori. In sè non è così fondamentale ma dato che utilizzo (anche) la torretta con prisma Baader, che può ospitare un raccordo a filetto SC, ciò mi consente di avere un sistema meccanicamente più rigido rispetto a quello con i raccordi da 31,8.

Rimanendo nell’ambito della descrizione “meccanica”, mi concedo un paio di commenti sul sistema di messa a fuoco. Il “210” focheggia tramite traslazione del primario con apposita manopolina nella culatta. Ho avuto ad un certo punto un problema con la stessa, che potrei descrivere come un backlash (un gioco) che si verificava al momento dell’inversione del verso di rotazione, accompagnato da una sorta di “slittamento” del punto di fuoco esatto. In pratica capitava che, una volta terminato di ruotare la manopola il fuoco continuasse di pochissimo nella stessa direzione. Invertendo il senso di rotazione per “tornare indietro”, dovevo girare la manopola un po’ a vuoto prima di recuperare il movimento. Tutto ciò era estremamente fastidioso e non consentiva di focheggiare correttamente. In questa situazione inoltre si palesava un po’ di mirror-shift, ma solo in osservazione con temperature basse (diciamo dai 5-8°C in giù). In questa situazione ho provato ad utilizzare prima un focheggiatore esterno Baader SteelTrack, rivelatosi ottimo ma a cui ho presto rinunciato dato che mi consumava parecchio backfocus, per poi provare un più compatto focheggiatore elicoidale TS, comunque limitato al diametro da 1.1/4” e che con l’uso della torretta non risolveva la situazione (ma in torretta potevo ovviare con il movimento fine dei porta oculari).

Ad ogni modo ad un certo punto ho preso coraggio ed ho smontato completamente il meccanismo di messa a fuoco, tentando di regolarlo il meglio possibile. Il risultato che ho ottenuto è stato al di sopra delle aspettative, ora il focheggiatore ha una corrispondenza perfetta con il movimento dello specchio, la tensione risulta adeguata (non troppo duro e non troppo morbido, ma più tendente al duro) e lo specchio, finito di focheggiare, non si sposta minimamente. Come “bonus” di questa operazione, il mirror-shift si è praticamente annullato, ora tutto il sistema di focheggiatura fa onore al blasone che porta, mi ha fatto cambiare idea sul fatto che sia un sistema intrinsecamente instabile (esperienza di qualche SC) arrivando a ritenere che ciò dipenda in larga parte dalla realizzazione meccanica. Probabilmente la situazione si è creata a seguito di precedenti smontaggi in cui questo parametro non è stato adeguatamente preso in considerazione. Resta tuttavia un fastidioso difetto: la manopola di messa a fuoco nel mio vecchio) esemplare era del tipo completamente liscio, e d’inverno a mani nude o con i guanti rende la presa poco sicura. Mi pare di aver capito che nei modelli nuovi la manopola è dotata di apposita zigrinatura, quindi la questione per i nuovi utenti non dovrebbe porsi. Per il mio la soluzione è stata ridicolmente banale, ovvero una piccola guaina in gomma tipo la sezione di una camera d’aria.

Per concludere le osservazioni sul fronte meccanico, un aspetto che apprezzo particolarmente del Mewlon è il fatto che sia completamente smontabile con facilità (ed attenzione, ovviamente!) analogamente alla maggior parte dei riflettori, il che consente di accedere ad ogni sua parte per fare un’adeguata manutenzione. Questo significa anche però che l’utente deve essere disposto a “metter mano”, possibilmente sapendo quello che sta facendo.

La collimazione in se’ non è più difficile di quella di un SC tradizionale, operando con le classiche tre vitine a brugola sul sostegno del secondario, è solamente più sensibile e le viti vanno spostate di entità ridotte, tipicamente 1/10 di giro se il tele non è troppo scollimato. L’unico elemento da toccare per la collimazione infatti è il secondario, quindi la situazione è apparentemente più semplice di quella che deve affrontare l’utente di uno schema newtoniano (che deve tenere sotto controllo più variabili), tuttavia questa è solo una mezza verità, che va letta di concerto con le affermazioni del paragrafo precedente: la collimazione sul secondario è adeguatamente effettuabile solo se tutto il resto dello strumento è meccanicamente già allineato. A parte il fatto che esiste la possibilità di regolare l’assialità anche dello specchio principale (tramite 3 grani a brugola a 120°, per poi venir fissato nella posizione corretta da 3 viti, sfalsate rispetto alle prime, sempre a 120°), cosa che peraltro non ho mai gestito, risulta invece opportuno o necessario controllare che il secondario sia in asse con il primario, e su ciò si può intervenire tramite le razze dello spider porta secondario, come si fa con lo schema newtoniano. In pratica, svitando ed avvitando, a coppie diametralmente opposte, le viti dello spider si allinea il secondario con il primario ponendosi nella condizione di allineamento corretto che è necessaria per una perfetta collimazione. Solo successivamente si potrà procedere con la regolazione degli altri elementi. Si dovrà porre attenzione in questo frangente al fatto di non incurvare due delle razze agendo sulle perpendicolari.

Quest’ampia libertà di regolazioni richiede tuttavia tempo ed abilità, personalmente mi sono molto avvicinato ad una collimazione ottimale e solo recentemente sono riuscito a raggiungere il livello che avrei voluto (aiutato anche dal – costoso – collimatore Takahashi) ma una volta regolato il tutto lo strumento offre grandi soddisfazioni.

I tempi di raffreddamento del tubo sono buoni, essendo uno schema aperto, io al massimo in un’ora in inverno riesco a portarlo in temperatura, ma va evidenziato che il tubo non esce da una stanza calda quanto piuttosto da un riparo chiuso nel sottotetto o in terrazza; al freddo, quindi il delta termico si aggira sulla decina di gradi al massimo. In estate in queste condizioni è praticamente sempre pronto all’uso.

Un punto di forza che va evidenziato è la gestione della condensa, il tubo è come fosse un lungo paraluce e il primario non mi si è mai appannato, anche in notti fredde ed umide a seguito delle quali si raccoglie tutto il materiale completamente inzuppato. Mi sembra che anche il secondario sia ben protetto, la sua sede ha una sporgenza interna che fa da paraluce e non ho mai avuto evidenze di appannamento nemmeno per esso.

Per quanto riguarda finalmente la performance puramente ottica, ciò che alla fine conta in un telescopio, posso dirmi decisamente soddisfatto. Nei limiti dell’apertura direi che i punti di forza possono essere individuati in una purezza di colore assoluta, garantita dallo schema a riflessione pura, un buon contrasto con un fondo cielo scuro, una buona puntiformità stellare soprattutto in asse. Lo schema soffre di coma procedendo verso il bordo del campo (Takahashi dichiara che comunque il tubo non presenta più coma di un Newtoniano aperto ad f/5, cosa che mi sentirei di confermare) ma affatto fastidioso, ovviamente più evidente all’aumentare della lunghezza focale dell’oculare impiegato. Con un SMC Pentax XW da 40mm, massimo campo consentito dall’apertura di 2”, si raggiungono circa 60 ingrandimenti con un campo reale di poco più di 1 grado, ed in queste condizioni al bordo la coma si nota, ma va detto che evidentemente non siamo di fronte ad un telescopio da “rich-field” (cosa che comunque 1 grado di campo reale non è…) ed il suo meglio lo da ad ingrandimenti maggiori.

Con oculari da 1 1/4”, compreso il TV Panoptic 24mm (che offre il massimo campo inquadrato per oculari da 31,8mm) non sono in grado di farmi distrarre in modo particolare dalla coma a bordo oculare. All’aumentare degli ingrandimenti, e riducendo il campo inquadrato, il “problema” si risolve da solo.

Va anche ricordato che, comunque, lo specchio primario è sovradimensionato rispetto all’apertura libera di 21cm, uno dei motivi essendo anche il maggior controllo dell’aberrazione testé citata.

La lunga focale consente di apprezzare anche oculari non eccelsi e, soprattutto, di non essere costretti ad utilizzarne con focali eccessivamente ridotte. Il mio utilizzo è prevalentemente binoculare, e di conseguenza mi posso accontentare di oculari con campi apparenti relativamente ridotti (mi piacciono molto gli ortoscopici) pur traendo buona soddisfazione anche dagli altri.

3.1 Confronto con un Celestron C 9.25

Riporto ora alcune sensazioni personali che ho documentato un po’ di tempo fa già su altri canali, in cui ho avuto la fortuna di poter usare contemporaneamente il Mewlon 210 ed un Celestron C9,25.

L’osservazione ha avuto luogo nelle seguenti condizioni:

  • temperatura 18-15 gradi, a calare nel corso della serata;
  • entrambi gli OTA montati sulla stessa montatura (William Optics EZTouch), uno per lato (quindi direi con le stesse condizioni di seeing locale);
  • entrambi gli OTA montavano gli stessi oculari (SMC Pentax XW da 20mm e da 10mm). Considerando che le due focali in gioco sono di 2350mm (per il C9) e 2415mm (per il Mewlon 210) ho ritenuto che il differente ingrandimento potesse essere trascurabile (gli oculari erano in coppia, quindi ciascun tubo con il proprio oculare);
  • seeing buono, direi oscillante tra circa 6-7/10 della scala Pickering.

3.1.1 Acclimatamento

Il Mewlon è stato portato fuori da una stanza dell’abitazione, non ho misurato la temperatura ma non c’erano molti gradi di differenza. Leggerissima piuma di calore iniziale, sparita sicuramente in meno di mezz’ora. Il C9 è stato tirato fuori da un baule in legno, riposto in un armadio riparato da un sottotetto esposto all’aperto, quindi semi-acclimatato. Ha comunque avuto bisogno di più di mezz’ora per togliere la piuma di calore (non so quanto esattamente, ho interrotto dopo mezz’ora ed ho potuto riprendere dopo un paio d’ore; quando sono andato via non era in temperatura, quando sono tornato si).

Entrambi i tubi sono stati usati subito per osservare il terminatore lunare, poi chiusi con i loro “tappi” e riaperti dopo un paio d’ore.

3.1.2 Condensa

Il Mewlon è veramente notevole: non ha mai fatto condensa, pur avendo il tubo letteralmente bagnato, quasi gocciolante. Bagnato anche il copri-secondario che nasconde le viti di collimazione, ma nessun segno di condensa nemmeno sul secondario.

Il C9 ha in questo aspetto forse il punto più critico, anche con apposito paraluce (ma senza fasce anticondensa o phon) ha retto per un po’, ma dopo una mezz’ora ha iniziato ad appannarsi la lastra, impedendo un prolungato utilizzo proficuo. Questo ritengo sia il maggior problema del C9 in condizioni di elevata umidità ambientale: inizialmente si deve attendere l’acclimatamento ma poi, una volta raggiunto, il rischio che a quel punto si appanni la lastra è tutt’altro che trascurabile.

3.1.3 Collimazione

Mewlon collimato fin dall’inizio. Non direi collimazione maniacale, ma buona (all’epoca non l’avevo collimato io e non avevo ancora iniziato a “smanettarci” sopra). C9 leggermente scollimato, un primo ritocco (con le Bob’s Knobs) dopo 15 minuti di osservazione ed un secondo ritocco dopo che era andato in temperatura, nella seconda parte della serata, per portarlo ad un livello almeno buono, forse anche di più. Entrambi i telescopi avevano manifestato un ottimo star test, con immagini intra ed extra praticamente identiche, anelli perfettamente concentrici con il “puntino” in centro, nettamente separati gli uni dagli altri.

3.1.4 Messa a fuoco e mirror shift

Manopola di messa a fuoco dolce e morbidissima per il C9, più “dura” sul Mewlon. Il C9 è “facile”, il punto di fuoco ha poco margine e si nota subito il fuori fuoco. Il Mewlon ha uno snap test di una precisione incredibile: il punto di fuoco è quello e basta, senza altre possibilità! Fuoco perfetto in un punto, e solo in quello, ancora più evidente che nel C9.

Il C9 che ho usato aveva un mirror shift estremamente ridotto, secondo me un eccellente risultato, e ad alti ingrandimenti lo spostamento non dava alcun fastidio. Il Mewlon in quell’occasione mi aveva sorpreso, non ero riuscito ad individuare mirror shift, l’immagine stava lì, ferma, da qualsiasi parte ruotassi la manopola di messa a fuoco, tuttavia in serate successive il problema si è manifestato al diminuire della temperatura. Ad ogni modo ho risolto come scritto precedentemente rivedendo tutto il meccanismo.

Considerazioni personali: penso di avere avuto per le mani un buon esemplare di C9, ho preso il Mewlon un po’ per sfizio (e, non nascondo, anche perché attirato dal blasone) e un po’ (soprattutto…) perché mi è capitata un’occasione veramente favorevole nell’usato. Come accennato il Mewlon è del 1997, mentre il C9 credo fosse dei primi anni 2000, si trattava di un modello ancora “americano” (quelli con la culatta piatta).

3.1.5 Utilizzo e prova sul campo

Il mio utilizzo di questo tipo di tubo è l’astronomia “da giardino”, esclusivamente visuale, ho bisogno di un tubo veloce (e leggero) da portar fuori per fare “alta risoluzione” su Luna e pianeti in relax, senza troppo impegno (so che l’alta risoluzione si fa cercando il seeing e aumentando il diametro, ma qui ho un setup operativo in 5 minuti. Non 5 minuti “per modo di dire”, 5 minuti di orologio: treppiede, monttura altazimutale manuale EZTouch, tubo leggero, valigetta oculari, finito: ci metto di più a preparare gli oculari che il setup!!!).

Prima di osservare la mia aspettativa era che il Mewlon non sfigurasse con il C9 (visto il diametro maggiore di quest’ultimo) ma che mi offrisse comunque due grossi vantaggi: acclimatamento più rapido e assenza di condensa. Su questi ultimi due punti il Mewlon mi ha pienamente soddisfatto, sulla resa ottica… proseguo con la descrizione.

Primo bersaglio: Luna con fase al 54%. Ho osservato il terminatore, senza concentrarmi sull’individuazione della morfologia ma esclusivamente sui particolari visibili, sia nell’uno che nell’altro tubo. Dico subito che i dettagli visibili erano gli stessi in entrambi i tubi. Dico anche subito però che l’immagine nel Mewlon era percepibile come più piacevole. Minor turbolenza (mi aspettavo il contrario, in verità, a causa del tubo aperto) e colori decisamente più vivi. Tra i due il Mewlon ha un contrasto decisamente più marcato, il cielo è più nero, il bianco della luna è più bianco. L’immagine ricorda veramente da vicino quella di un rifrattore apo, i dettagli sono immediatamente leggibili e molto precisi, “facili” da individuare. Anche il C9 lavora bene, ripeto che i dettagli erano gli stessi, tuttavia meno “immediati”, direi un pochino meno netti. Nei particolari minuti, più di una volta individuavo il dettaglio nel Mewlon (craterino, rima, etc..) e poi lo trovavo anche nel C9, ma mai viceversa. La sensazione che avevo passando dal C9 al Mewlon era quasi di “togliere una pellicola trasparente tendente al giallino”, vedendo la stessa immagine ma più chiaramente.

Gli oculari usati erano SMC Pentax XW da 20 e da 10 su entrambi i telescopi (contemporaneamente), condiderando le due focali quindi circa 120 e 240 ingrandimenti per il Taka, circa 117 e 234 per il C9. Avevo la stessa percezione di ingrandimento non credo che quei pochi ingrandimenti in più o in meno possano aver in qualche modo avvantaggiato il Taka, ammesso poi che gli ingrandimenti fossero davvero quelli dal momento che in questi telescopi la lunghezza focale dipende dalla posizione del fuoco.

Quest’osservazione si è svolta, come accennavo sopra, a strumenti inizialmente “da acclimatare”, poi sospesa dopo poco più di mezz’ora per altri motivi. Ho ripreso dopo un paio d’ore l’osservazione, ormai la Luna era molto più bassa (e vicina ad un fastidioso lampione…), ricontrollando collimazione e acclimatamento di entrambi i tubi. Si vedeva inizialmente più o meno allo stesso modo di prima, ma dopo poco l’approssimarsi della Luna all’orizzonte ha peggiorato le osservazioni ma comunque ho potuto confermare i commenti già riportati sopra.

Il Mewlon mi ha sorpreso, non poco, positivamente. Una cosa non evidente guardando col C9 da solo è il colore della Luna (ed i colori in generale, confermati poi sugli altri oggetti) che sembra “bianco naturale” ma che poi a confronto col Mewlon vira verso il “giallino pallido”. Nel Mewlon la Luna aveva il “suo” colore (quello che si vede ad occhio nudo), passando da un tubo all’altro nel C9 sembrava avesse una leggera itterizia, dipendente dalla presenza della lastra e dei suoi trattamenti.

Queste osservazioni sono state effettuate con un buon seeing (non certo perfetto, ma dalla città direi senz’altro buono), col treppiede appoggiato sull’erba in centro di un ampio giardino (con vari alberi a limitare le fasce di cielo visibili).

Visto che avevo “uno squarcio” di cielo ho puntato (ma anche qui rapidamente) il doppio ammasso in Perseo, con troppi ingrandimenti per poterlo apprezzare nella sua interezza. E’ un soggetto che apprezzo davvero molto con focali più corte o con un buon binocolo. Ad ogni modo, concentrandomi sui dettagli, stesse stelle in entrambi i telescopi. Ottima puntiformità stellare del C9 (acclimatato e collimato, chi dice che fa pallini di polistirolo secondo me o non lo ha in temperatura, o non lo ha ben collimato, almeno per la visione in asse), Mewlon non da meno (anzi, gli darei un leggero vantaggio, anche se si parla qui di differenze “percepibili” e non certo “abissali”…). A parità di area inquadrata, contavo le stesse stelle. Una stellina in particolare, in h Persei, facente parte dell’asterismo che pare uno “scudo”, era visibile al limite, in distolta, sia nell’uno che nell’altro OTA. Anche qui pareggio, ma con il Mewlon vincente sul contrasto: fondo cielo “grigio molto, molto scuro” invece che “grigio appena scuro”, e colori delle stelle più vivi, il che restituisce un’immagine globalmente un po’ più appagante.

Mi interessava “sparare qualche colpo” su Giove, ormai ad una discreta altezza sull’orizzonte (oltre i 45°), quindi ho spostato tutto il setup in un angolo da dove riuscivo a vedere il gigante gassoso. Postazione stavolta non buona, a 2 metri dal muro di casa, con qualche tetto ad una ventina di metri abbondanti di distanza in direzione di Giove, ma non potevo fare altrimenti. I due tubi sempre affiancati, comunque.

Anche su Giove (XW10) si è ripetuto lo stesso risultato avuto sulla Luna: stessi particolari ma più facili nel Mewlon, più contrastato. Giove sospeso su un fondo nero, con colori più vivaci che consentivano di individuare meglio i dettagli. Passare al C9 non riduceva i dettagli ma li “impastava” un poco. Sembrava anche qui di mettere una “pellicola giallina” e il dettaglio rischiava di sfuggire, ma cercandolo si ritrovava. Su Giove erano ben visibili ovviamente la NEB e la SEB, due strutture ovali scure più marcate sulla NEB, evidentemente frastagliata ed irregolare. Irregolare anche la SEB, con una zona più chiara sottostante e una miriade di “striature” verso i due poli.

I 4 satelliti galileiani erano chiaramente dei globi e non puntiformi come le stelle, in entrambi i tubi, anche se non è stato possibile osservare dettagli.

Un punto potenzialmente a sfavore del Mewlon sono gli spikes della crociera a sostegno del secondario, evidenti su stelle luminose e anche su Giove, che proietta 4 ampi “raggi”. Io ho iniziato con un Newton, quindi agli spikes sono abituato, e non mi danno alcun fastidio, ma sul DK ci sono mentre sullo SC no. Un punto che inserisco tra i “difetti” del Mewlon è il basso tiraggio del punto di fuoco (rispetto allo SC), in particolare per l’uso con la torretta binoculare.

In sintesi, se dovessi indicare ciò che più apprezzo nella resa visuale del Mewlon, indicherei una puntiformità stellare ottima, un fondo cielo molto scuro ed una notevole brillantezza dei colori, il che significa ottimo contrasto.

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