Recensione del binocolo Takahashi Fluorite “Astronomer” 22×60

 Tra i binocoli che possono classificarsi di “fascia alta”, sia per il costo che per il livello qualitativo, colpiscono in particolare l’attenzione quelli che sono contraddistinti dai termini “apo” e/o “fluorite”,  in quanto inducono subito, nel potenziale acquirente, aspettative elevate connesse  al fatto che si tratta di uno strumento al “top” perché  apocromatico, termine che, sinteticamente, indica tre colori dello spettro, distanti tra loro, a fuoco nello stesso punto (due nell’acromatico).

Uno di questi binocoli, oggetto del presente test, è il Takahashi Fluorite 22×60 Astronomer  il cui prezzo pari a 1307,54 € iva inclusa (Ditta Miotti-luglio 2003), se è abbastanza elevato in assoluto, lo è molto di meno in relazione alla qualità complessiva e alle prestazioni ottiche che è in grado di offrire.

una osservatrice agli oculari del binocolo Takahashi fluorite Astronomer 22×60.

DESIGN E STRUTTURA

Il binocolo, come si vede dalle foto, si presenta con un design particolare in quanto, su di un normale scafo monoblocco sono installati due corpi cilindrici piuttosto lunghi (17 cm. circa); questo tipo di costruzione è stato evidentemente reso necessario dalla sensibile lunghezza focale degli obiettivi, caratteristica questa che, già in sede di progetto, comporta effetti positivi sul risultato finale in termini di resa ottica. Il particolare aspetto del binocolo è poi sottolineato, forse con una buona dose di estrosità, anche se ciò è opinabile, dal fatto che sui due tubi cilindrici sono riportati, bianchi su fondo scuro, gli asterismi delle costellazioni. Qualcosa di molto simile era già stato fatto dalla Casa americana Questar sul tubo ottico del suo piccolo e costoso catadiottrico Maksutov-Cassegrain da 90 mm., la cui struttura di base sembra avere poi ispirato, senza costellazioni, il più diffuso e meno costoso, ma otticamente valido,  Meade ETX 90.

 Ritornando al binocolo Takahashi si nota che lo stesso presenta la messa a fuoco separata per ciascuno dei due oculari; questi ultimi sono muniti di bordi in gomma ripiegabili per i portatori di occhiali ed hanno una regolazione diottrica da + 4 a – 4 con ulteriore escursione sia in intrafocale (verso l’obiettivo) che in extrafocale (in direzione opposta).  Il binocolo viene fornito con cinghie, borsa semirigida di buona fattura, e con un supporto metallico per il treppiede, a sagoma di  campana (vedi foto), sul quale lo strumento, dopo avere regolato la distanza interpupillare, viene definitivamente adagiato e bloccato, con benefici effetti per la stabilità complessiva. Nel manuale di istruzioni, piuttosto stringato (4 pag.), non c’è alcun riferimento a particolari accessori quali conchiglie oculari, dispositivi antiappannamento o altro. Purtroppo, nonostante a volte siano fondamentali per sfruttare al 100%  le elevate potenzialità degli strumenti prodotti, questi accessori sono spesso trascurati dalle case costruttrici, anche da quelle di qualità e nome indiscussi.

  OTTICA E IMPRESSIONI

Il pezzo forte del Takahashi Fluorite 22×60 si può individuare senz’altro negli obiettivi costituiti ciascuno da un doppietto con un elemento alla fluorite che, notoriamente, è sinonimo di apocromaticità e quindi, almeno presuntivamente, di immagini di livello superiore. In effetti, nel caso specifico, la realtà non si discosta di  molto dalla teoria e la prima impressione che si ha nell’osservazione con questo binocolo è di una resa notevolissima in termini di risoluzione,  saturazione dei colori, contrasto e carenza di cromatismo residuo. Osservando il binocolo dalla parte degli obiettivi si notano, oltre al trattamento antiriflessi multistrato, tre diaframmi a bordo tagliente, a dimostrazione della cura progettuale ed esecutiva posta nella realizzazione dello strumento; infatti, inquadrando una forte fonte luminosa e portandola oltre il bordo del campo, la caduta di luce è netta e priva di scie. Gli oculari sono composti da quattro elementi in tre gruppi e sono caratterizzati da un campo apparente di 46° che, rapportati ai 22 ingrandimenti, forniscono un campo reale di 2,1° ; tale modesta ampiezza di campo visuale, indipendentemente dalla efficace resa ottica, costituisce la caratteristica meno esaltante di questo strumento che, per l’elevato   numero di ingrandimenti (22) e il discreto peso (2,170 Kg) richiede necessariamente, per dare il meglio,  l’impiego di un buon treppiede.

il binocolo Takahashi fluorite Astronomer 22×60 sullo sfondo della Val di Chiana e di Montepulciano

 

OSSERVAZIONE  TERRESTRE

Nell’osservazione terrestre il binocolo Takahashi Fluorite 22×60 offre immagini eccellenti con  incisione e contrasto elevati, colori brillanti e saturi e alta risoluzione dei dettagli. Tale risultato è dovuto anche al fatto che il cromatismo residuo è praticamente impercettibile potendosi rilevare, a livelli molto bassi, solo ai bordi del campo dove la complessiva uniforme nitidezza rivela, ad un esame più approfondito,  un leggero degrado. Comunque la resa ottica è quanto di meglio si possa riscontrare,  con l’appagante sensazione, tanto più apprezzabile in rapporto all’elevato n° di ingrandimenti, che tra il binocolo e l’oggetto osservato quasi non vi sia spessore atmosferico. In sintesi: trasparenza elevatissima.

 

 OSSERVAZIONE ASTRONOMICA

 

    LUNA E PIANETI

Per quanto riguarda l’osservazione astronomica per la quale questo strumento appare specificamente progettato, non a caso è denominato “Astronomer”, va detto subito che le immagini fornite sull’asse ottico sono di prim’ordine. Nella seconda metà del mese di giugno ho potuto osservare Giove  solo al tramonto, nel crepuscolo serale. Al centro del campo il disco del pianeta appariva netto ed inciso, praticamente senza alcuna sbavatura di luce e con i satelliti medicei immediatamente visibili e brillanti; erano inoltre percepibili, con relativa facilità, le zone più scure corrispondenti alle due fasce equatoriali principali. Saturno non era più visibile di sera ma  sulla base della qualità delle immagini “gioviane” valutai che molto probabilmente l’anello del pianeta, rispetto al globo, sarebbe stato risolto nettamente da questo strumento. La conferma l’ho avuta all’alba del 20 luglio 2003, tra le ore 4 e 4,30 circa, quando ho osservato il sorgere di Saturno in Val di Chiana, dove il cielo è di solito piuttosto bello anche se non scurissimo, partecipi dello spettacolo, in un ampio scenario, la Luna calante all’incirca all’ultimo quarto, Marte sempre più vigoroso in luminosità e dimensioni e le Pleiadi, che non vedevo da un po’ e che ho rivisto con vero piacere. L’orario non era molto comodo ma ne valeva la pena. Nonostante le “contorsioni” atmosferiche del pianeta dovute al “seeing” della  bassa declinazione, Saturno appariva con chiara definizione di anello, anse e globo, e la sua immagine, già buona, migliorava visibilmente man mano che il pianeta saliva nel cielo. Il disco di Marte si presentava rosso, netto e luminoso, di forma un po’ oblunga per la fase di illuminazione e più o meno nella  sua parte centrale si percepiva la presenza di una piccola zona più scura anche se di forma non definita (Sirtis Maior?).

 

visibile il supporto per treppiede, a sagoma di campana, sul quale il binocolo viene appoggiato e bloccato.

La Luna abbastanza alta era luminosa e nitidissima e, se tenuta rigorosamente al centro del campo, era praticamente priva di aloni di cromatismo residuo, visibili solo quando l’immagine del nostro  satellite si avvicinava ai bordi. A dimostrazione della nitidezza e del contrasto dello strumento, si percepivano le zone più chiare rispetto a quelle più scure sul fondo di Plato, nonostante le dimensioni angolari, ovviamente piccole, del cratere. Si notavano inoltre distintamente le alture minori a ridosso degli Appennini e tutta la superficie visibile era ricchissima di particolari nitidi e a rilievo. In successive osservazioni dei primi di agosto con Luna crescente, ho avuto la conferma della capacità di dettaglio di questo binocolo osservando i crateri minori sul bordo ovest di Fracastorius il cui fondo appariva variamente frastagliato, e, in particolare,  il cratere Rosse con, ad est, il cratere Bohnenberger e i montes Pyrenaeus. Si percepivano inoltre i corrugamenti (dorsi) del Mare Nectaris con alcune zone più chiare mentre più in basso, illuminata dalla luce radente del Sole, la cima del massiccio montuoso interno emergeva spettacolarmente dal fondo buio del cratere Piccolomini. Ben visibile, inoltre, il cratere interno a Posidonius sul cui fondo si percepivano, anche se in modo indefinito, le irregolarità della superficie comprensive della omonima rima. In effetti con questo binocolo e un buon atlante si può acquisire una apprezzabile conoscenza della superficie lunare ad un discreto livello di dettaglio, esclusi ovviamente i particolari che richiedono il maggior potere di ingrandimento e di risoluzione propri di un telescopio (di buona qualità e di maggiore apertura). La forte luminosità della Luna o di altre fonti di luce intensa produce un piccolo riflesso più o meno centrale e, verso i bordi, una immagine fantasma di dimensioni variabili in relazione alla distanza tra occhi e oculari; nelle situazioni in cui si manifestano, queste presenze sono comunque praticamente irrilevanti ai fini della visione.

PROFONDO CIELO                                                   

Nell’osservazione di stelle, stelle doppie, ammassi, galassie e nebulose questo binocolo è altrettanto valido. Il fondo cielo è uniformemente oscuro e le immagini stellari, al centro del campo, presentano una puntiformità invidiabile, quasi da telescopio a basso ingrandimento. Tale positiva caratteristica degrada però, anche se in misura molto contenuta per intensità e superficie interessata, ai bordi estremi dove si rilevano gli effetti della curvatura di campo e dell’astigmatismo “periferico” comuni alla quasi totalità dei binocoli. Infatti  la maggior parte di questi strumenti, anche di pregio e salvo poche eccezioni, non ha nel percorso ottico un correttore (spianatore) di campo, normalmente in grado di offrire immagini stellari puntiformi anche ai bordi. L’astigmatismo al bordo è facilmente riscontrabile se una stella, a fuoco (puntiforme) al centro del campo, portata al bordo diventa sfocata e non si riesce a  rimetterla a fuoco, ovvero a renderla di nuovo puntiforme; aumentando poi la sfocatura in intra e in extrafocale, sempre al bordo, si nota che l’immagine assume un orientamento rispettivamente verticale e orizzontale mentre nel punto di miglior fuoco tra intrafocale ed extra l’aspetto dell’immagine è pressochè cruciforme, a quattro punte. Ma, così come per l’osservazione terrestre, sull’intero campo, con esclusione dei bordi estremi, le prestazioni di questo binocolo sono di tutto rispetto e le immagini stellari fornite del Takahashi Fluorite 22×60 sull’asse ottico sono perfettamente puntiformi, rotonde e “composte”.

 Puntando Mizar il suo sistema quadruplo visuale si rivela con facile immediatezza e bellezza risultando nettamente separate le due componenti più strette; ben risolta Eta Cassiopeiae, bellissima Albireo con i colori giallo e azzurro delle due componenti molto intensi grazie all’elevata puntiformità e compostezza dell’immagine. Nel cielo del Pollino e in quello della Val di Chiana ho potuto ammirare, tra l’altro, il doppio ammasso di Perseo, esteso sull’intero campo e sempre bellissimo,  M81 con M82 in Ursa Maior, la nebulosa anulare della Lira M57, visibile anche nel cielo cittadino di Napoli come M27, la nebulosa Dumbell. Entusiasmante inoltre e favorito dalla stagione adatta, l’itinerario tra i meravigliosi oggetti del Sagittario dove c’era solo l’imbarazzo della scelta: ricordo, tra l’altro, l’ammasso globulare M22 esteso e luminoso, le bellissime nebulose Trifida (M20)  e  Laguna (M8) e la nebulosa Omega (M17) della quale si percepiva immediatamente una  forma  pressochè triangolare. Nel cielo di Napoli ho osservato, oltre le già citate M57 ed M27, anche il grande ammasso di Ercole M13, molto luminoso nella parte centrale ed  M3 che appariva invece un po’ debole. Sulle Pleiadi osservate in Val di Chiana, all’alba e con la Luna, è stata facilmente raggiunta la magnitudine 10,42  per cui è ipotizzabile, in un cielo scuro, circa una mag. in più.

le pupille d’uscita perfettamente rotonde a dimostrazione del corretto dimensionamento e della qualità pregiata dei prismi (BaK 4 – ad alto indice di rifrazione).

CONCLUSIONI

Questo binocolo alla fluorite è indubbiamente uno strumento di alto livello, anche se con qualche limite (ampiezza del campo visuale e risoluzione ai bordi). Può essere pertanto consigliabile a chiunque e soprattutto a chi desideri un binocolo che si distingua per elevate prestazioni connesse anche a caratteristiche particolari quali, ad esempio, la fluorite nel caso specifico, oppure lenti in vetro a bassissima dispersione (E.D. o U.D.), oculari con campo ultragrandangolare, immagine stabilizzata, spianatore di campo etc. Volendo essere più precisi, con riguardo al tipo di osservazione preferita, esso appare:

          meno consigliabile a chi predilige la spettacolarità e il coinvolgimento emotivo che può dare la  visuale “panoramica” di un binocolo grandangolare di qualità elevata, osservando campi e ricami stellari o specifici oggetti in una ampia cornice di cielo e di stelle;

          più consigliabile a chi invece preferisce cercare un oggetto nel cielo stellato, inquadrarlo e osservarlo in un campo visuale di normale ampiezza in grado però di fornire, nella sua parte centrale, una immagine pressochè perfetta, caratteristica questa, propria del Takahashi Fluorite Astronomer 22×60.

  CARATTERISTICHE TECNICHE

Diametro obiettivi                     60 mm                                        

Ingrandimenti                            22x

Schema ottico obiettivo            due elementi in un gruppo di

                                                  cui uno alla fluorite       

Schema ottico oculare               quattro elementi in tre gruppi

Diametro pupilla d’uscita          2,72 mm

Angolo di campo reale              2,1°

Angolo di campo apparente      46°

Rilievo oculare                          18 mm

Regolazione diottrica                 + 4 / –  4

Prismi                                        Porro

Distanza interpupillare              50-75 mm

Messa a fuoco                           separata per ogni oculare

Min. dist. di messa a fuoco       43 m

Peso                                           2,170 Kg

Dimensioni                                345 x 220 x 90 mm

                                                    

 

                                                               ABERRAZIONI

Sferica                                        assente

Coma                                          assente

Cromatismo residuo                   assente sull’asse ottico

                                                    ridotto, ai bordi

Curvatura di campo                    moderata, ai bordi

Astigmatismo                             assente sull’asse ottico

                                                   moderato, ai bordi

Distorsione (a cuscinetto)          moderata, ai bordi

Riflessi                                       due, trascurabili

Luce diffusa                               assente

 

                                                            

Ottaviano Fera Ottaviano Fera (3 Posts)

Ottaviano Fera: nato nel 1946 a Teano (CE) e residente in Napoli, il primo confuso ricordo della "magia" di un binocolo a pochi anni di età, in un ippodromo di periferia. A 13 anni un cannocchiale di plastica per la prima visione dei crateri lunari, a 18 anni il primo binocolo "serio", un 7x50 Porro tedesco-orientale. Poi il primo telescopio, il mitico 114/900 made in Japan fino all'apparizione della bellissima cometa Hale-Bopp che risveglia la passione e la volontà di dedicarsi più seriamente all'astronomia visuale e agli strumenti ottici, privilegiando i binocoli. Laureato in giurisprudenza, ha fatto parte dello staff tecnico della rivista Coelum, è attualmente socio dell'UAN (Unione Astrofili Napoletani) . E' appassionato dei binocoli stabilizzati Canon di cui possiede tutti i formati. Collabora con Binomania come esperto di binocoli con prismi di Porro.


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Ottaviano Fera: nato nel 1946 a Teano (CE) e residente in Napoli, il primo confuso ricordo della "magia" di un binocolo a pochi anni di età, in un ippodromo di periferia. A 13 anni un cannocchiale di plastica per la prima visione dei crateri lunari, a 18 anni il primo binocolo "serio", un 7x50 Porro tedesco-orientale. Poi il primo telescopio, il mitico 114/900 made in Japan fino all'apparizione della bellissima cometa Hale-Bopp che risveglia la passione e la volontà di dedicarsi più seriamente all'astronomia visuale e agli strumenti ottici, privilegiando i binocoli. Laureato in giurisprudenza, ha fatto parte dello staff tecnico della rivista Coelum, è attualmente socio dell'UAN (Unione Astrofili Napoletani) . E' appassionato dei binocoli stabilizzati Canon di cui possiede tutti i formati. Collabora con Binomania come esperto di binocoli con prismi di Porro.

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